I SUFI E LA MEDITAZIONE SUL CUORE – di Francesco Parisi

sufi-parisi-15Probabilmente nell’immaginario collettivo la parola “meditazione” rimanda, soprattutto per noi europei e occidentali, all’Oriente, all’India, e a tutta la tradizione yoga.Se si approfondisce l’argomento con lo studio dei “Quaderni di Archeosofia” di Tommaso Palamidessi, è possibile constatare come la meditazione sia stata una vera e propria arte custodita e sperimentata in seno a tutte le religioni.

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Nel 1° Quaderno, “Tradizione Arcaica e Fondamenti dell’Iniziazione Archeosofica”, viene evidenziato che tutte le religioni si sono caratterizzate per un duplice aspetto, uno popolare e di massa o detto anche exoterico, l’altro più elitario e riservato, detto esoterico (“ora palese, ora nascosto, il doppio fiume della tradizione exoterica ed esoterica”). L’exoterismo fa riferimento ad una tradizione di massa fatta di dogmi, con una liturgia e un utilizzo di simboli il cui significato è quasi totalmente oscuro ai credenti, la cui applicazione pratica tende per la maggior parte degli individui ad assumere caratteristica di natura essenzialmente morale, con valore benefico e terapeutico nel lungo termine. Esiste anche una Tradizione orale oltre che scritta, quella che si passa di “bocca a orecchio”, capace di spiegare i riti, di svelare i simboli e di eliminare qualsiasi mistero per mezzo della fede e della scienza: la Sapienza Arcaica, “segretamente custodita nei Templi d’Iniziazione e patrimonio degli Iniziati”.
Anche nell’Islam, si sviluppa un lato esoterico: il Sufismo. sufi-parisi-17
Il Corano fa riferimento ad un duplice aspetto di Allah: uno manifesto che viene indicato con il termine Al-Zahir e uno interiore, celato, non manifesto a tutti, Al-Batin.
Si tratta di una duplice rivelazione che origina, nel primo caso, ciò che per i musulmani è chiamata Sharia, la Via della Legge (analoga a quella che nell’ebraismo furono le Tavole della Legge di Mosè) e per il secondo caso la Tariqa, Via Spirituale, appannaggio solo di pochi eletti poiché emanazione della rivelazione più occulta (Al-Batin) di Allah.
I Sufi che camminarono lungo il sentiero della Tariqa, costituirono la componente esoterica dell’Islam. Le loro confraternite di iniziati ai misteri più segreti, più profondi e più vicini alla Divinità permisero lo sviluppo e l’approfondimento di tecniche meditative assai simili a quelle degli yogi in oriente o degli alchimisti e degli esicasti in occidente.
sufi-parisi-8Il termine arabo che indica il sufismo (Tasawwuf) deriva dal vocabolo sùf, lana. Pare infatti che i primi Sufi indossassero delle vesti di lana candida per sottolineare il regime ascetico di purezza interiore ed esteriore che doveva contraddistinguerli rispetto ai comuni fedeli.
Il Sufismo non nacque ex abrupto, all’improvviso, in seno all’Islam.
L’origine delle pratiche e delle conoscenze custodite gelosamente dai sufi è da ricercare in una terra, la Persia, culla dell’Impero Sasanide conquistato dalle armate musulmane appena 40 anni dopo la rivelazione che Jibril, l’Arcangelo Gabriele, fece a Mohammed. zoroastro
In Persia prima dell’invasione araba era praticato e diffuso il culto zoroastriano. I sacerdoti iniziati a tale culto furono i custodi di quelle importanti conoscenze esoteriche dimenticate in occidente dopo la caduta dell’Impero Romano. Proprio su dottrine di matrice zoroastriana e solare si innestò la dottrina Tasawwuf.
La Persia tra miti, leggende e avvenimenti storici giocherà un ruolo fondamentale per i fedeli sufi: era ritenuta il luogo fisico riflesso di una terra primordiale, una terra ancestrale nella quale era stata custodita nei secoli la Sapienza destinata agli Uomini.
Un centro primordiale, da cui poi tutte le religioni umane si erano diffuse similmente ai raggi che si originano dal centro di una circonferenza, chiamato Qutb, polo o asse.
Secondo il praticante Sufi, ripercorrendo al contrario questo simbolico raggio era possibile giungere al centro, Dio, sempre lo stesso, aldilà del nome che gli veniva attribuito.
Per i Sufi infatti, ciascun individuo era libero di professare il proprio credo religioso dato che essi ritenevano ogni culto manifestazione terrena di uno degli infiniti volti della divinità trascendente. religioniI Sufi professavano l’unità trascendente delle religioni, credenza comune a tutte le dottrine esoteriche.
È utile riportare un passo tratto dall’opera di Al Rumi, uno dei più grandi padri del sufismo: “La differenza tra le creature è nella forma esteriore, nel Nam. Chi penetra nel significato interiore, nel Mana, ivi trova la pace. O midollo dell’esistenza! A causa delle opinioni nacquero differenze fra musulmani, ebrei e zoroastriani”.
religioni 2Così pure Palamidessi, per il quale “Tradizione Archeosofica e unità delle religioni vanno pienamente d’accordo, perché l’idea fondamentale sulla quale poggia la nostra scienza sperimentale dello spirito è quella di una Tradizione universale e primordiale dalla quale sono sgorgate tutte le religioni e di cui le filosofie sono un’espressione minorata e parziale, che esprimono tutto il travaglio dell’umanità per avvicinarsi all’unità religiosa nel corso di migliaia di anni ad oggi”.
In pratica, ogni individuo crede nello stesso Dio, la differenza dei culti è dovuta soltanto al diverso approccio che l’uomo ha nei suoi confronti. Per cui a causa delle differenti categorie morali, filosofiche e cognitive che si sviluppano nel tempo e nello spazio in seno alle differenti società e culture, il modo di rappresentare Dio, le Chiese e la loro liturgia nonché il sacerdozio umano può assumere aspetti differenti presso i popoli.
È evidente che questa convinzione non era facilmente conciliabile con la società musulmana del tempo, che riteneva l’Islam la sola confessione da imporre ai popoli conquistati, anche con le armi, ove fosse necessario.sufi-parisi-21
Il fenomeno del Sufismo ebbe un’ampia diffusione. Inizialmente appannaggio di ristrette confraternite di eremiti, vide, nel X secolo dopo Cristo, il diffondersi degli ideali di fratellanza, bontà ed ospitalità, producendo un’apertura all’esterno.
Questo fenomeno, che meriterebbe un approfondimento specifico, portò nel breve tempo alla nascita di un qualcosa senza precedenti: il diffondersi della Futuwwa, la cavalleria spirituale araba. Durante le Crociate essa si scontrò ma, al contempo, si confrontò con quella templare occidentale. I cavalieri spirituali dell’Islam, che avevano ricevuto le conoscenze nascoste in Persia, diffusero le stesse in favore dei cristiani esoterici, i cavalieri dell’Ordine del Tempio.
Secondo la leggenda, i sacerdoti guerrieri sufi erano i discendenti di Salman al-Farsi (Salman il Persiano), capostipite della cavalleria spirituale. Ancora una volta è possibile apprezzare la Persia come terra primordiale e magica fucina di uomini leggendari come Salman.sufi-parisi-19
Salman al-Farsi, secondo la tradizione era stato iniziato ai misteri bevendo da una misteriosa coppa proprietà di Alì, cugino del Profeta.
Si narra anche di una leggendaria coppa capace di donare onniscienza, la coppa del Re Persiano Jamshid che il cavaliere sufi doveva ricercare, tema analogo a quello che poco dopo in Occidente sarà conosciuto come “Queste du Graal”, la ricerca del Graal.
Tutti gli autori sufi invitano il lettore a non cercare nel mondo la coppa di Jamshid poiché i benefici che essa è in grado di donare sono già tutti presenti nella propria interiorità. “Per molti anni il nostro cuore ricercò la coppa di Jamshid fuori di noi stessi e chiese allo straniero come grazia ciò che il cuore stesso possedeva” scriveva Hafez.
Bisogna tener presente che per la letteratura sufi la coppa è il simbolo del cuore di ciascun individuo. La ricerca della mitica coppa di Jamshid e la jihad, la guerra santa, rappresentano per il mistero del tasawwuf il prendere contatto con la vera individualità dell’uomo, la riscoperta della sua scintilla divina la cui sede è nel cuore. Tale ricerca è molto ardimentosa e difficile, tanto da essere paragonata ad una guerra. Si tratta di una lotta contro le tendenze malvagie che albergano dentro ciascun individuo e contro le potenze demoniache esterne agli ordini dell’angelo caduto, Iblis.
sufi-parisi-12Il cuore, qalb in arabo, è il campo di battaglia, il punto mediano tra l’alto e il basso, tra l’esterno e l’interno, tra Allah e l’Uomo. Questa è la ragione per cui tutta la mistica sufi, e di riflesso quella musulmana in generale, porterà allo sviluppo di pratiche di meditazione e contemplazione aventi come centro di gravità il cuore.
sufi-parisi-13In effetti è interessante notare come queste pratiche finalizzate alla conoscenza del cuore, da cui il termine cardiognosi utilizzato da Tommaso Palamidessi, fossero diffuse presso tutti i circoli sacerdotali esoterici del mondo: “Molti santi della cristianità, del sufismo islamico, dell’induismo, hanno proposto tali metodi… Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, gli esicasti del deserto e del Monte Athos, studiarono e proposero ai desiderosi di vita spirituale, metodi e tecniche per imbrigliare la mente, fissarla con la volontà e disporre il cuore, intiepidito o inaridito dal peccato, ai colloqui con il Divino” (Palamidessi, 11° quaderno “L’Ascesi Mistica e la Meditazione sul Cuore”).
sufi-parisi-14Al fine di descrivere meglio le tecniche usate dai santi sufi, va detto che, secondo la loro dottrina, l’uomo e la donna posseggono una costituzione energetica caratterizzata dalla compresenza di tre principi superiori ed immortali: lo Spirito o Ruh in connessione diretta con Allah e da Lui donato all’Uomo; l’Anima o Qalb sede del cuore spirituale e dell’intelletto nonché ago della bilancia tra lo Spirito-Ruh e l’Anima Istintuale o Nafs, sede dei desideri e delle passioni umane.
In tutta la tradizione esoterica la tripartizione della parte immortale dell’Uomo e della Donna è dottrina universalmente accettata. Nel riferirsi a Spirito, Anima e Eros i greci e successivamente i cristiani (ne parla ad esempio San Paolo) utilizzarono i termini Nous, Psyche e Soma, mentre nella tradizione ebraica l’essenza immortale dell’uomo era caratterizzata dalla ripartizione trinitaria in Neshamah, Ruah e Nefesh.
sufi-parisi-7Hatif Isfahani scrisse nel Tarji’band: “la bellezza eterna lancia un raggio della sua bellezza in tre specchi: la seta non diventa tre cose differenti al chiamarla parniyan o harir o parand” (tre sinonimi del termine “seta”).
Su questa splendida allegoria si può affermare che la parte immortale dell’uomo è composta di spirito, anima e principio corporale o anima istintuale. Tommaso Palamidessi scrive: “L’Archeosofia, quando parla dell’EGO, si riferisce all’Uomo o alla Donna veri e immortali, preesistenti alla nascita fisica. L’EGO è composto da una triade di princìpi distinti, ma interdipendenti e saldabili o separabili per la Volontà del Grande Architetto dell’Universo. Questi tre princìpi si chiamano: spirito, anima emotiva ed anima erosdinamica” (8° quaderno, “La Costituzione Occulta dell’Uomo e della Donna). anima
Secondo la dottrina dell’Occhio del Cuore, in arabo Ayin al-qalb, l’anima è l’ago della bilancia, il campo di battaglia tra l’anelare al contatto divino e le tendenze deifughe. Si riteneva inoltre che l’anima-qalb avesse quale centro di gravità il cuore (inteso ovviamente come organo spirituale e non fisico). Questa dottrina si prefiggeva il raggiungimento di una perfetta astrazione del fedele dal mondo materiale e circostante, in modo da permettergli la concentrazione e la meditazione sul cuore sino a risvegliare i propri sensi spirituali idonei alla contemplazione della Luce di Allah.
Scrive a proposito il grande mistico Seyyed Hossein al Nasr: «l’anima che non ha ancora sperimentato il contatto liberatorio con lo spirito, vive imprigionata nel mondo delle impressioni sensibili che derivano dal principio legato al corpo».
Non a caso il mistico ha adoperato il termine “sperimentato”.
La dottrina dell’Ayin al-qalb non era una semplice dissertazione teorica o un insieme di filosofici ed astratti ragionamenti su Dio. Al contrario, essa fu frutto di una rigorosa sperimentazione e pratica quotidiana.
Una pratica non dissimile a quanto è possibile apprezzare negli scritti di Santa Teresa D’Avila, San Giovanni della Croce, dei grandi cabalisti cristiani come Niccolò Cusano. L’importanza dell’occhio del cuore, che come scrive Palamidessi, compare nel Corano ben 132 volte, fu al centro delle pratiche oratorie dei Cavalieri Templari che, privati di tutto, incisero cuori fiammeggianti nelle segrete in cui furono tenuti prigionieri durante gli ultimi anni di vita dell’Ordine del Tempio (si pensi ai graffiti della Torre di Chinon in Francia).
In molte miniature alchemiche è possibile trovare un cuore legato da possenti catene da cui solo l’iniziato ai misteri era in grado di svincolarlo.
Sperimentando il contatto con lo spirito, i sufi lavoravano nella propria interiorità affinché gli istinti, le passioni, le pulsioni, i vizi, tutto ciò che era legato all’anima istintuale (nafs) fosse sublimato.
Non vi è in tutto l’Universo altra dimora se non il cuore” dice una hadit di Maometto.sufi-parisi-4
Attraverso delle precise respirazioni ritmate e mediante un’orazione continua l’asceta sufi riusciva a concentrare tutta la propria mente e tutte le proprie forze nella regione del cuore, definita da Al Qasani come “pura sostanza luminosa”, fino a sperimentare il contatto con la luce divina attraverso hal o stazioni successive da intendersi come differenti stati di coscienza. sufi-parisi-18
Il fedele che intraprendeva il cammino di ascesi doveva inizialmente affrontare la lotta con i desideri più infimi mossi dalla cecità nella quale si trova l’anima istintuale.
Questa fase era indicata con il termine di Sadr.
A tal proposito scrive Najm Kobra: «Amico mio, chiudi le palpebre e guarda ciò che vedi. Se mi dici non vedo nulla, sbagli. Tu puoi vedere, ma la tenebra della tua natura è purtroppo così vicina a te da ostruire la tua vista interiore…inizia, tenendo le palpebre chiuse, a diminuire e allontanare la tua natura…la via che conduce a questa meta è la lotta spirituale…i nemici qui sono la natura, l’anima inferiore (Nafs) ed il demone».
Successivamente il mistico musulmano avrebbe sperimentato ulteriori tre stati di coscienza superiori: il Qalb, il medesimo termine utilizzato per indicare l’anima, nel quale era possibile la visione delle emanazioni divine ed il Fu’ad ovvero la conoscenza intime delle stesse. Infine continuando nella preghiera e nella meditazione quotidiana il sufi avrebbe potuto raggiungere lo stadio del Lubb, la luce dell’unificazione in Allah. Quattro fasi come quattro erano le opere da compiere per gli alchimisti occidentali.
Nei testi sufi è facile trovare riferimento alla visione di luci luminosissime che era possibile contemplare negli stati di estasi mistica. Per poterle ammirare il soggetto doveva costruire in se stesso quelli che la letteratura tasawwuf indica come sensi spirituali o latifa.
sufi-parisi-11I latifa secondo la tradizione esoterica musulmana sono l’equivalente di ciò che in Oriente è conosciuto come chakras, le ruote infuocate della dottrina esoterica di Israele o i centri di forza e di coscienza descritti nei quaderni di Archeosofia (per un’ampia trattazione di questa tematica si consulti il 15° Quaderno “Risveglio e Sviluppo dei Centri di Forza”).
Per il Sufi questi centri di forza potevano essere azionati, dinamizzati e purificati grazie alla costante concentrazione divina presente all’interno del cuore di ciascun individuo.
Il metodo efficace per permettere il risveglio dei centri di forza era la pratica del Dhikr, la preghiera continua e ritmata nel cuore che consisteva nella ripetizione costante verbale o mentale di una frase, “la ilaha illAllah” (lett. “non esiste alcun Dio al di fuori di Allah”), conosciuta con il termine di shahadah. sufi-parisi-5
Questa orazione doveva essere quotidiana e costante sino a portare l’individuo a ripeterla in continuazione anche durante il sonno. A tal proposito Al Bistani suggeriva simbolicamente ai propri discepoli di ripetere così spesso la shahadah fintanto che non la pronunciassero persino gli alluci dei piedi.
Quando si trovava in meditazione la posizione da assumere per il sufi prevedeva di incrociare le gambe, la destra sulla sinistra, o le mani, la mano destra sulla mano sinistra con la colonna vertebrale perfettamente verticale. Tale posizione lo rendeva simile ad una sorta di antenna ricettiva verso l’alto, verso Allah, allineando inoltre i latifa.
Mediante una serie di movimenti della testa di tipo ondulatorio era possibile innescare una vera e propria vibrazione dello spirito convibrando con la frequenza divina e rendendosi ricettivo alle più sublimi influenze spirituali: «Aggrappati nel cuore al canapo del raggio di luce e sali sino ai merli del Trono», come scrisse il celebre shaikh Shohravard.meditazione 55

L’associazione della vibrazione alla luce divina e creatrice era uno dei cardini della dottrina esoterica musulmana. Nella cosmogonia sufi, il mondo creato era una teofania di Allah, ogni essere vivente era vibrazione materializzata di uno dei suoi 99 nomi divini.
Kun Nur” (lett. “Sia la Luce”), così venne creato il mondo secondo il Corano. La Parola-Luce-Vibrazione è qualità creatrice di Allah.
In effetti questa dottrina è comune a molte tradizioni. Basta pensare al Verbo di cui parla Giovanni nel Prologo del suo Vangelo. E ancora Apollo, il Dio-Sole dei misteri di Mitra, era raffigurato con una cetra, il simbolo di Ra era una bocca (la parola creatrice) ed un braccio (l’azione, la dinamica che da essa scaturisce).
Con la pratica del dhikr, l’invocazione continua del nome di Dio nel proprio cuore, l’asceta poteva sperimentare in se stesso il contatto con la scintilla divina sino a giungere alla perfetta unione in Allah. sufi-parisi-6
Il controllo del respiro diveniva elemento fondamentale. Il dhikr, infatti, doveva essere accompagnato da inspirazioni, trattenute del fiato ed espirazioni.
Il controllo del respiro significava per il sufi il controllo delle energie vitali e quindi la possibilità di sganciarsi dall’aspetto più materiale, più solido, più fisico per poter convibrare con entità divine. A proposito della respirazione scrive Palamidessi nel 13° Quaderno di Archeosofia dedicato alla dinamica respiratoria ed all’ascesi spirituale: “L’immobilità corporea (seduti, in ginocchio o con le gambe incrociate alla semitica), il controllo respiratorio energovitale, ovvero ritmando il respiro con lo sguardo e l’attenzione fissi in un solo punto, fanno oltrepassare all’Asceta, sperimentalmente, lo stato ordinario di esistere, guadagnando autonomia rispetto al cosmo e alle leggi ecologiche. Portata alle sue più estreme conquiste, la disciplina del respiro rivoluziona l’intera esistenza dell’uomo che diventa Uomo”.meditazione 56

La preghiera continua nel cuore invocando ininterrottamente il nome di Dio è una pratica fondamentale per la dottrina archeosofica, così come il dhikr lo era per i sufi.
Scrive Palamidessi: “La riuscita della Cardiognosi è buona quando si è fatta la pratica della disciplina respiratoria, perché il cuore, i polmoni, l’aorta e il sangue sono collegati e interdipendenti;  la  riuscita  è buonissima quando si è conseguita la facoltà dell’astrazione, cioè il ritiro  della propria  attenzione dai sensi, si è ottenuta una perfetta attenzione e concentrazione della mente in un solo punto: il cuore, e si è in grado di meditare, cioè di concentrarsi a lungo sul cuore stesso… L’esperienza mistica si deve facilitare con una quotidiana e incessante preghiera polarizzata nella regione del cuore: il luogo ove si sperimenta la Luce Interiore”(11° Quaderno “L’Ascesi Mistica e la Meditazione sul Cuore”).
meditazione centro cardiacoOggi proprio grazie all’opera di Tommaso Palamidessi è possibile apprendere e mettere in pratica, secondo un metodo scientifico e più adatto alla mentalità moderna ed occidentale, quelle tecniche che in passato erano appannaggio di circoli iniziatici ed elitari, quale furono le congregazioni Sufi. centro cardiaco
All’interno dell’associazione Archeosofica è infatti possibile approfondire, sia da un punto di vista teorico che pratico, la conoscenza della costituzione occulta dell’uomo e della donna, dei corpi che ne costituiscono la struttura fisica e metafisica, dei tre principi immortali spirituali  (scrive Palamidessi nell’8° quaderno di Archeosofia: “La trinità umana, spirito, anima emotiva ed eros, riunita nel Corpo Causale e operante sulla terra sui tre centri del corpo fisico, si manifesta attraverso una serie di veicoli la cui materia è attinta dai differenti piani dell’Universo che sono movimento di una quintessenza”), dei centri di forza e di coscienza (i latifa dei sufi, organi sensoriali spirituali), dell’importanza della respirazione e delle tecniche di astrazione, visualizzazione e meditazione.
È lo stesso Palamidessi che invita ciascuno di noi a sperimentare la visione di quella luce, il fuoco divino, racchiusa nel cuore di ogni essere creato, così come esortano tutte le tradizioni esoteriche tra cui quella sufi.

 

 

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