EBRAICO: UNA LINGUA SACRA – di Sara Castrini (prima parte)

bibbia_ebraicaPERCHÈ L’EBRAICO È UNA LINGUA SACRA?

Lo studio della grammatica ebraica è un cammino e una porta che conducono alla pura Luce di Dio e alla beatitudine ultima, ma tale studio deve essere condotto alla maniera Archeosofica. Non si tratta di apprendere a leggere e a scrivere, ma di penetrare l’occulto significato delle lettere e le regole delle permutazioni delle lettere per scoprire i sacri nomi di Dio e delle gerarchie angeliche per l’uso teurgico e le meditazioni trasformanti[1]
Questa frase, che troviamo nel 30° Quaderno della collana archeosofica, mette in evidenza due caratteristiche peculiari della lingua ebraica: 1) ciascuna delle lettere che la compongono è di per sé un simbolo dotato di un significato nascosto; 2) la combinazione delle lettere nei nomi trova una sua importante chiave di decifrazione nella conoscenza delle misteriose regole delle permutazioni.

ebraismoIl simbolismo profondo delle lettere ebraiche cela le sue chiavi nella Rivelazione divina di cui esse, secondo l’antichissima tradizione kabbalistica di Israele, furono strumento. L’ebraico è una “lingua sacra” proprio in rapporto al fatto che i suoi suoni e relativi segni grafici esprimono al massimo la convibrazione con la Sapienza divina cui fu in grado di innalzarsi il genio di Mosè.
mose-e-il-roveto-ardenteLa struttura grammaticale che egli forgiò per questa lingua fu quella in cui meglio poteva essere tradotta l’esperienza da lui vissuta e che avrebbe potuto rivivere chi fosse riuscito a scorgere nei segreti della fonologia, morfologia e sintassi ebraiche il sentiero per giungere all’Illuminazione. Questo sentiero ha avuto nel corso della storia altri costruttori oltre a Mosè i quali, ricorrendo a loro volta alla sacralità delle lettere ebraiche per comunicare al mondo la realtà divina hanno contribuito a rafforzare il legame tra le une e l’altra. Lo stesso Gesù Cristo, sebbene per parlare alle masse usasse l’aramaico, come insegnano le Sacre Scritture, si esprimeva in ebraico per spiegare la Dottrina Segreta d’Israele nel Tempio di Gerusalemme e nelle occasioni sacre: “parlava come uno che ha autorità” specifica il Vangelo di Marco (Mc 1,21). Se risaliamo alle origini dell’ebraico, scopriamo che non nasce come un qualsiasi idioma che ad un certo punto si distingue da una matrice linguistica comune per seguire le sorti di un popolo politicamente e culturalmente più forte ed evoluto.
tempio-di-karnakL’ebraico nasce con il Libro di Mosè per celebrare la dottrina del Verbo Creatore cui egli era stato iniziato nei collegi sacerdotali egiziani, secondo quanto insegna anche San Luca in Atti degli Apostoli, 7:22: “Mosè venne istruito in tutta la Sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere.” Nella creazione dell’Uomo, raccontata nel primo libro della Bibbia, il “Genesi”, Mosè rivela il processo mediante il quale Iddio fuoriesce dalla sua realtà inconoscibile ed imperscrutabile e si manifesta generando prima di tutti i secoli l’Idea di Se medesimo, Se stesso come pensato, il Figlio, la Sapienza divina, il Logos.
albero sefirotico 5Sintetizzato nel solo termine “Bereschidh” (in principio) con cui inizia il testo della Genesi, tale processo intimo all’essenza divina origina nella mente del Principio l’Immagine umana di Sé, l’Uomo-Dio, oggetto di tutte le speculazioni qabbalistiche sotto il nome di Albero Sefirotico.
Egli è infatti l’Archetipo dell’Uomo che nell’arco dei sei giorni simbolici della creazione verrà tratto all’essere ad immagine e somiglianza spirituale di Dio. Rivelazione del Pensiero del Padre, il Figlio o Logos svolge l’ordinamento del caos primordiale facendo nascere la coscienza umana nella e alla Sua personale unione con Lui, per condivisione del loro Amore, perché “Dio è Amore” (1Gv 4,8). È di questa intima unione che Mosè rende testimonianza dimostrando di conoscere ogni fase della creazione.
creazione-elementiLa grammatica della lingua che concepisce per descriverla comunica quindi, a chi si rende ricettivo, quell’ordinamento alla Sapienza divina in virtù del quale egli stesso lega i suoni e i segni di quaggiù al Nome del Dio unico e al suo eterno rivelarsi sul piano archetipico. Sulla potenza di questo misterioso legame si misura la profondità di una lingua la cui conoscenza equivaleva, ed equivale tutt’oggi, alla facoltà di intraprendere dentro di sé, sul modello dell’atto rivelativo del Creatore, le segrete operazioni di trasmutazione interiore fino all’unione con il Verbo.
simbolo-dellebraismoLa segretezza di queste operazioni di natura spirituale esigeva che venissero comunicate in una forma linguistica del tutto speciale che avrebbe dovuto assicurarne la trasmissione attraverso i secoli, proteggendola nel contempo da ogni tipo di profanazione. A tale scopo Mosè dovette ideare un sistema che, a partire da un corpo scritto fatto di simboli dal significato astratto e universale, prevedeva una vocalizzazione degli stessi da insegnare a viva voce ai soli Iniziati. mose
Questa legge orale che doveva tramandare nel tempo la giusta lettura ed interpretazione del Sepher (libro) di Mosè e le chiavi per la realizzazione di quanto in esso scritto costituisce il patrimonio della Kabbalah, da un termine ebraico che significa ciò che è “ricevuto”, “ricevimento”. La lingua di Mosè non coincide propriamente con l’ebraico che studiamo noi oggi. Iniziato ai più alti Misteri dell’Antico Egitto, Mosè impiegò un insieme di geroglifici che doveva essere molto simile a quello in uso presso i collegi egiziani e che potrebbe essere assimilato o comunque derivare dal proto-sinaitico di cui sono state ritrovate antiche iscrizioni datate tra il 1400 e il 1700 a.C. nella Penisola del Sinai in Egitto.nome-di-4-lettere
L’uso che fece di questo complesso di simboli fu quello di confermarli nella loro funzione di consonanti la cui lettura consecutiva comportava l’inserimento di suoni vocalici diversi a seconda del significato occulto che la parola doveva esprimere. Ciascuna lettera, per il fatto stesso di comunicare un particolare aspetto dell’ordinamento impresso dal Verbo alla creazione, equivale a un preciso valore numerico, il che è una prerogativa dei soli alfabeti sacri (sanscrito, tibetano, arabo ed ebraico).
lettere-e-numeriCiò non significa che l’ebraico di Mosè fosse privo di vocali. Presso gli Egizi le vocali rivestivano un ruolo di grande importanza e venivano usate per solfeggiare la musica. Come ricorda Fabre d’Olivet nel suo “La lingua ebraica restituita”, esse erano considerate lo spirito delle lingue antiche di cui le consonanti rappresentavano il corpo. Innalzate a questo alto rango, presso i Fenici erano in numero di sette in relazione con i sette pianeti da esse stesse designati.
visione-illuminanteL’omissione dei suoni vocalici nella lingua mosaica scritta fu un artificio appositamente pensato dal suo ideatore per proteggerne la sacralità. Questo espediente permetteva di mantenere la segretezza sui Nomi divini la cui esatta pronuncia, comportando l’invocazione delle potenze divine corrispondenti, era patrimonio esclusivo della Tradizione Segreta d’Israele e di coloro che avevano il compito di custodirla nei secoli.
In epoca tarda, tra il VII e il VI secolo a.C., quando, a seguito delle deportazioni in Babilonia, il popolo ebreo perse quasi del tutto l’uso dell’ebraico originale, gli Scribi deputati a preservarlo, si risolsero a trovare un metodo che, senza stravolgere il valore numerico-simbolico delle parole, consentisse di tramandarne la vocalizzazione. Sebbene la contaminazione con Babilonia fosse stata responsabile dell’allontanamento dall’ebraico delle origini, fu proprio da essa che gli Scribi trassero il sistema per impedirne la fatale estinzione mediante l’aggiunta di punti vocalici.
babeleCiò consentì di fissare per iscritto in modo definitivo quanto un tempo era un’abitudine, o meglio una tradizione, propria della lingua parlata. Tale codificazione fonetica delle parole contenute nella Torah fu definita massorah (tradizione); essa, oltre ad inserire i punti vocali, stabilì la divisione in libri, capitoli e versi della serie indistinta di consonanti di cui si componeva il testo mosaico. Il metodo della puntuazione era già in uso presso i Caldei, attivi nelle scuole massoretiche assire da cui fu preso in prestito insieme ai nuovi caratteri che andarono a sostituirsi ai geroglifici più antichi. Il principale autore di questa innovazione fu Esdra, Sacerdote e Scriba che sostenne la riforma intrapresa dal governatore Neemia per risollevare le sorti del Regno di Giuda al tempo del Re Artaserse I di Persia (sec. V a.C.).  A seguito della caduta dell’impero assiro ad opera del Re persiano Ciro, gli Ebrei delle tribù di Giuda e Beniamino avevano fatto ritorno a Gerusalemme e ricostruito il Tempio, ma la loro commistione con donne straniere aveva favorito la diffusione dell’asdodeo e dell’aramaico a discapito dell’ebraico.
torahLa necessità di ovviare a questo problema con una trascrizione esatta del testo mosaico non fu l’unico motivo per cui Esdra si risolse ad adottare una misura che ne permettesse la trasmissione integrale. A ciò fu indotto anche dall’esigenza di respingere l’opposizione dei Samaritani che contendevano ai Giudei il titolo di custodi della Tradizione Segreta. A fronte del ritrovamento dell’originale testo mosaico da parte dei Giudei tra i resti del Tempio di Gerusalemme al tempo del Re Giosia (622 a.C.), prima ancora della deportazione in Babilonia, i Samaritani rivendicavano da tempo il possesso di una copia dello stesso testo inviata loro dagli Assiri. Esdra pose fine alla diatriba prendendo le distanze da un testo originale divenuto ormai indecifrabile al suo stesso popolo e riscrivendolo per intero in modo tale che ne fossero fissati i significati profondi attraverso un corpus grafico e fonologico inequivocabile.  L’alfabeto ebraico che ne derivò è quello che conosciamo noi oggi, di indubbia origine caldaica come rivela il suo stesso nome: chatibath ashurith, scrittura assira.

[1] Tommaso Palamidessi, Lingue sacre, grammatica jeratica e parole teurgiche, pag. 5

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