LA LEGGENDA DEI RE PESCATORI – di Monica Vannucci

Leggendo i quaderni della Collana Archeosofica e in particolare il numero 18: “Esperienza misterica del Santo Graal”, mi ha incuriosito una frase dell’Autore quando afferma che Giuseppe di Arimatea è il “capostipite della regalità del Graal i cui successori saranno nei secoli i cavalieri di una dinastia di custodi del Divino Calice, chiamati re pescatori”. calice-trapani

sangue-dalla-croceLa figura di Giuseppe di Arimatea mi era familiare dai miei anni giovanili, quando frequentando l’Istituto d’Arte nella mia città, avevo notato la sua presenza nelle innumerevoli raffigurazioni artistiche della deposizione e sepoltura di Gesù Cristo. Conoscevo poco o niente del mito del Graal, solo che era il calice usato dal Messia nell’Ultima Cena, ma certo non sapevo che Giuseppe di Arimatea si era servito dello stesso Calice “per raccogliere il sangue e l’acqua dal costato squarciato del Redentore”.
Giuseppe è presente in tutti e quattro i Vangeli, descritto come un uomo ricco di Arimatea, un membro del Sinedrio, discepolo segreto di Gesù; è un uomo giusto e buono che non si era associato alla decisione e all’azione di condannare il Messia. È lui il padrone della tomba nuova in cui, insieme a Nicodemo, seppellisce il Cristo dopo averlo tolto dalla croce e avvolto nella sindone. tomba
Nei testi evangelici non si fa parola del fatto che Giuseppe abbia raccolto il sangue e l’acqua dal costato e dalle ferite del Cristo, questi sono elementi presenti nei Vangeli Apocrifi e in particolare nel Vangelo di Nicodemo, risalente al II sec. d.C. In questo Vangelo si racconta che Giuseppe d’Arimatea aspettava il Regno di Dio, e che si recò da Pilato e gli chiese la salma del Messia. Il fatto che aspettasse il Regno di Dio mi ha fatto riflettere, non è detto di nessun altro discepolo, anzi dall’arresto del Messia fino alla resurrezione c’è la dispersione dei discepoli. Da sempre il popolo ebreo aspettava la venuta del Messia, ma una volta venuto non l’hanno riconosciuto. Più che “riconosciuto” nella traduzione originale dei testi si usa il termine “ricevuto”.
Forse questo aspettare e ricevere di Giuseppe fa riferimento a uno stato interiore nel quale coesistono una componente mentale e emotiva, uno sperare e un ritenere possibile, che dimostra un’apertura dell’animo e del suo cuore che può essere scaturita solo dalla fede e dalla preghiera continua; Giuseppe era membro del sinedrio, quindi conosceva le tecniche segrete ascetiche della tradizione d’Israele.giuseppe-darimatea

Nel Vangelo di Giovanni è specificato che Giuseppe era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei. Con questo commento l’Evangelista vuole evidenziare che egli, primo tra i giudei, dopo la morte di Gesù abbandona ogni esitazione. Ricorre difatti alla sua posizione altolocata per ottenere da Pilato il corpo di Gesù che, secondo le abitudini dei romani, doveva essere sepolto in una fossa comune insieme ai malfattori. Un gesto di coraggio e di generosità, perché la simpatia per un condannato poteva esporlo al rischio di essere considerato complice del giustiziato e passibile del medesimo supplizio. Inoltre il contatto con un cadavere gli impediva di celebrare la Pasqua giudaica ormai imminente. Aiutato da Nicodemo, che porta aromi in grande quantità, Giuseppe si distacca così dal sistema culturale degli ebrei e si prepara alla celebrazione della gloriosa vittoria del Crocifisso sulla morte.
Proprio per questo fatto, gli anziani ebrei, quindi anche i membri del Sinedrio, s’indignarono contro Giuseppe e lo fecero arrestare imprigionandolo, sigillarono la porta della sua cella e la fecero custodire da una guardia. Il loro intento era di ucciderlo il giorno dopo il sabato ma Giuseppe scomparve dalla cella senza che i sigilli fossero rotti.
giuseppe-e-nicodemoNella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, si legge che Gesù Cristo la stessa notte della resurrezione, fece sollevare la prigione da quattro angeli, entrò da lui, gli deterse il volto, lo baciò e lo portò nella sua casa di Arimatea senza spezzare i sigilli. Il Signore appare a Giuseppe due volte: la prima mentre era in carcere per svelargli i misteri del Graal e la sua amicizia; la seconda per infondere lo Spirito Santo a Giuseppe, a Nicodemo e ai loro compagni nella città di Arimatea.
Quando Giuseppe di Arimatea ricompare nella sua città, gli anziani ebrei avendolo saputo, mutarono opinione e decisero di volersi confrontare più pacatamente con Giuseppe, gli mandarono, infatti, una lettera di scuse tramite sette suoi amici. Giuseppe tornò allora a Gerusalemme e, dinanzi agli anziani, raccontò che era rimasto nella cella per tutto il sabato, ma che a mezzanotte gli era comparso Gesù in persona, che lo aveva portato a vedere la sua tomba dove Giuseppe l’aveva sepolto e poi, sebbene le porte fossero chiuse, lo aveva fatto entrare nella sua casa ad Arimatea.resurrezioneGiuseppe confermò la risurrezione di Gesù ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, aggiungendo che era poi asceso in cielo e che altre persone erano risorte dai morti con Lui.
Nella letteratura graalica, “Il Libro del Graal”, talvolta chiamato anche come “Trilogia di Robert de Boron” si divide in tre parti: Giuseppe di Arimatea, Merlino e Perceval. Il Boron, un poeta francese di cui si sa ben poco, lo sceglie come uno dei personaggi centrali della sua opera e nel romanzo Giuseppe d’Arimatea è un discepolo privilegiato di Gesù, depositario dei più alti misteri divini. Giuseppe aveva amato il Cristo in segreto e Lui in segreto lo aveva ricambiato, come aveva custodito le sue spoglie mortali e il suo sangue, adesso custodiva il simbolo della vita eterna e della rigenerazione: il Santo Graal. cavaliere-e-graal

Secondo il Boron, seguendo in questo l’apocrifo di Nicodemo, Giuseppe D’Arimatea sarebbe rimasto in Palestina e qui avrebbe formato una comunità, in seguito avrebbe inviato in occidente la sua filiazione spirituale.lod
Altre leggende di origine orientale riferiscono che Giuseppe fu il fondatore della Chiesa di Lydda, la cui cattedrale edificata da Giuseppe e dedicata alla Maternità divina di Maria, fu consacrata da San Pietro. Non è certo un caso che Lydda, l’odierna Lod in Israele, si trovi a soli 15 km a sud-ovest di Rentis, identificata oggi con l’Arimatea di Giuseppe.
A proposito di questa comunità misteriosa, Zambon che è filologo e accademico italiano e docente all’università di Trento, afferma che essa potrebbe costituire la chiesa invisibile, posta sotto la guida di Giuseppe d’Arimatea. Da questo punto di vista parla di una “Chiesa del Graal”: “Alla Chiesa fondata su Pietro si sostituisce una sorta di comunità occulta che trasmette un insegnamento ricevuto direttamente da Gesù, superiore a quello pubblico e taciuto dalle Scritture canoniche”.sbarco-a-marsiglia
In un’antica cronaca, attribuita a Flavio Lucio Destro, senatore romano e prefetto del pretorio dell’Impero d’Occidente, morto nella prima metà del V secolo, troviamo una notizia importante: “Gli ebrei di Gerusalemme, scagliatisi con violenza contro i beati Lazzaro, Maddalena, Marta, Marcella, Massimo, il nobile Giuseppe d’Arimatea e numerosi altri, li caricano su di una nave senza remi, né vele, né timone e li mandano in esilio. Ed essi guidati, attraverso il mare da una forza divina, raggiungono incolumi il porto di Marsiglia”. Anche il vescovo Equilino racconta lo stesso episodio che ancora oggi è molto noto nella Provenza in Francia.
Le leggende su Giuseppe d’Arimatea in occidente sembrano, almeno all’inizio, confondere le piste: lo ritroviamo in Francia con la Maddalena, in Spagna con l’apostolo Giacomo, ma alla fine tutte le tracce ritornano a coincidere e convergere verso l’Inghilterra.
(cfr. La Chiesa e il Graal: studio sulla presenza esoterica del Graal nella tradizione ecclesiastica – di Insolera Manuel).deposizione-di-cristo

Quindi durante il Medioevo la figura di Giuseppe fu al centro di due gruppi di leggende, quella che lo vedeva come fondatore della cristianità britannica e quella che lo voleva primo custode del Santo Graal.
josepharimathieRobert de Boron, nel romanzo “Joseph d’Arimathie”, composto tra il 1170 e il 1212, amplia il resoconto del Vangelo di Nicodemo e aggiunge che quando Giuseppe di Arimatea depone il corpo di Gesù dalla Croce su permesso di Pilato, egli ne rimuove il sangue e il sudore, ponendoli in due ampolline. Poi, notando una fuoriuscita di sangue dalla ferita sul costato, inferta a Gesù dalla lancia del centurione Longino, ne raccoglie le stille nella coppa che aveva prelevato dal tavolo della cena. Giuseppe portò con sé la coppa in Britannia, dove fondò la prima comunità cristiana del luogo.
Questo tema fu sviluppato nelle opere successive di Boron e del ciclo arturiano, finché, in opere tarde, si affermò che Giuseppe stesso si recò in Britannia diventandone il primo vescovo.
Nei romanzi si dice che Giuseppe d’Arimatea arriva per via soprannaturale nelle terre di Avalon, l’isola del sole e la terra dei viventi, che sono state identificate con Glastonbury. Questa città “è identificata con la città di vetro della saga, si chiamava Insula Vitrea sotto i Romani e poi divenne Glas Burea” (Santo Graal, la Tradizione Archeosofica – A.Benassai) e per alcuni il fatto che la terra di Avalon sia menzionata nell’opera di Boron dimostra che egli la scrisse dopo il 1191, anno in cui i monaci sostennero di avere trovato a Glastonbury le tombe di Artù e Ginevra. avalon
San Giuseppe arrivò in Britannia con dodici apostoli, e di lì cominciò a diffondere il Vangelo. Accolto freddamente dalla popolazione locale, fu però tenuto in gran considerazione dal re Arvirago di Siluria, fratello di Carataco il Pendragone, che lo accolse con onore e gli donò una vasta proprietà di terra (12 hides, equivalenti a 1440 acri, circa 580 ettari), da usare come base, presso Glastonbury.
abadia-glastonburyIn questo luogo Giuseppe di Arimatea eresse una primitiva chiesa di fango e rami intrecciati, che fu il primo edificio cristiano di Britannia, e che costituì il nucleo originario della futura Abbazia di Glastonbury, destinata a diventare ampia e facoltosa, seconda per estensione e per ricchezza soltanto a quella di Westminster, a Londra.
biancospino-bastoneL’arrivo di Giuseppe a Glastonbury fu segnato da un evento miracoloso: trovandosi sulla sommità di una collina Giuseppe si distese a riposare, piantando il proprio bastone accanto a sé. Al suo risveglio, il bastone aveva miracolosamente attecchito ed era diventato un albero. Quest’albero è una variante del comune biancospino, però ha assunto solo qui una caratteristica peculiare che è quella di fiorire due volte l’anno: all’inizio della primavera e in inverno, in prossimità del solstizio. Poiché queste due date cominciarono a essere associate alla due più grandi feste della cristianità, ossia la Pasqua e il Natale, che ricordavano la nascita e la morte di Gesù, esso fu chiamato “Santa Spina” e divenne oggetto di gran venerazione, che dura tuttora.
Nel giorno dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre, una spina della pianta viene tagliata per essere inviata alla Regina, che la utilizza poi per ornare la tavola del pranzo di Natale.
biancospino-alberoNel 2012 l’albero fu mutilato dai vandali lasciando solo una parte del tronco, il sindaco e la popolazione sotto shock si commossero e indignarono per quest’atto vandalico contro un simbolo della cristianità in Inghilterra. Naturalmente la pianta non è quella millenaria della leggenda, nel corso del tempo è stata distrutta altre volte come nel corso della guerra civile inglese. Tuttavia, i biancospini della zona sono sempre stati piantati utilizzando i rami dell’originale.
Dal momento, che Giuseppe d’Arimatea giunse per via sovrannaturale in Gran Bretagna, sorsero numerose leggende che s’intrecciano e si negano l’una con l’altra.
Secondo le tradizioni, Giuseppe visse e operò in Gran Bretagna per almeno venti anni, morendo alla veneranda età di 86 anni. Anche in questo caso le tradizioni si moltiplicano e si smentiscono l’un l’altra. Secondo alcuni, egli fu seppellito a Glastonbury, nei pressi della chiesa che aveva fatto edificare e che si sia fatto seppellire insieme con il Santo Graal. Altri sostengono che egli sia sepolto sull’Isola di San Patrizio, poco distante dall’Isola di Man (cfr. Renata Zanussi, San Colombano d’Irlanda – Abate d’Europa). È documentato, che a partire dal 1454, la reliquia di un suo braccio sia conservata nella Basilica di San Pietro, in Vaticano.chalice-well

C’è chi dice che abbia nascosto il Graal in un antico pozzo che si trova a Glastonbury, ai piedi del Tor, le cui acque sorgive imitano con il loro suono il battito di un cuore. Oggi è conosciuto con il suo nome più famoso Chalice Well, Sorgente del Calice. Da allora le acque della sorgente si sono colorate di rosso ed hanno acquisito delle proprietà taumaturgiche. Ancora oggi l’acqua curativa ferrosa dal colore rosso scuro ha aiutato molte persone, per questo il pozzo è detto anche Fonte del Sangue.torre-avallon Questa torre è chiamata anche la torre di Avalon dedicata a San Michele Arcangelo, considerata dalla tradizione popolare una porta su di un altro mondo. Un’antica leggenda narra che il santo Collen nel VI sec. attraversò la porta segreta della torre di Avalon e si ritrovò in un palazzo in cui subì delle tentazioni per cui l’asperse con l’acqua benedetta finché, non si ritrovò solo sulla collina.
Tornando ai romanzi sul Graal e in particolare a quello di Robert de Boron che fu forse cavaliere e forse vassallo di Gautier de Montebeliard, si nota che il suo intento fu quello di scrivere almeno tre opere in versi, il Giuseppe d’Arimatea, il Merlino e il Perceval, ma a noi sono arrivate solo il primo e parte del secondo, il terzo probabilmente è stato terminato da un suo continuatore, ma non sappiamo chi. La trilogia doveva essere un grandioso affresco della salvezza dell’umanità che partendo dal peccato di Adamo e passando per la storia di Re Artù giungeva al ritrovamento del Graal per opera di Parsifal.
leyenda-del-rey-artuA differenza di altri, Boron comincia la narrazione come una protostoria del Graal e costruisce tutta la sua trilogia sull’idea che qualcosa deve ancora essere portato a termine, nella storia della salvezza. Nel corso delle loro imprese, i custodi del Graal incontreranno costantemente l’opposizione delle forze maligne, operanti attraverso le persecuzioni, le prigionie, i morbi e le carestie, gli esili ecc.
La sacra Coppa passa da Giuseppe d’Arimatea al successore, il cognato Hebron, o Bron, che era venuto con lui dalla Palestina. Bron, soprannominato il “Ricco Pescatore”, divenne così il secondo custode del Graal. A Bron seguì Alano, e di qui s’instaura una stirpe di discendenti e custodi del Graal tra i quali si annovera Anfortas, il “Re Pescatore” ferito dei romanzi del ciclo, per finire a re Artù e a Parsifal.calice-valencia
Nel Giuseppe d’Arimatea la sacra Coppa produce “pienezza di cuore”, “gioia e grazia”, e dice il Cristo: “coloro i quali vedranno la tua coppa saranno sempre in mia compagnia… non potranno essere giudicati davanti ad un tribunale, né ingannati, né vinti in battaglia”, e coloro che erano in sua presenza “conobbero subito la vera e totale pienezza dello spirito”.
Dopo aver consegnato a Giuseppe il sacro vaso, Gesù gli spiega che spetta a lui custodirlo e dopo di lui a coloro a cui Giuseppe lo affiderà. Gesù, continua dicendogli che “Saranno soltanto in tre e lo custodiranno nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E tutti coloro che ne saranno custodi sappiano che queste tre virtù sono una stessa cosa in Dio ”.
Ecco che il romanzo “La storia del Graal” e l’idea della trilogia, si conforma al modello teologico della Trinità, che è scandita dalla successione dei tre custodi del Graal: Giuseppe d’Arimatea, Bron il ricco pescatore e il nipote di lui, Parsifal.ultima-cena-mosaico
Questo disegno nel romanzo si rilette anche in un altro tema, quello delle tre tavole che vengono successivamente istituite per volontà divina. Nella prima parte del libro, dopo che una grave carestia ha colpito la comunità di Giuseppe nella quale si era insinuato il peccato, Gesù ordina al suo discepolo di preparare una tavola in memoria di quella dell’Ultima Cena. A questa tavola si svolgerà il servizio del Graal, Giuseppe siederà nel posto dove stava il Signore durante la Cena, accanto ad esso rimarrà un seggio vuoto. Questo posto, il Seggio Periglioso, è rimasto vuoto dopo il tradimento di Giuda ed è destinato a essere occupato dal miglior cavaliere del mondo, il cavaliere dal cuore puro, il predestinato Perceval.tavola-rotonda

La terza tavola, la famosa tavola rotonda, è lo stesso Merlino che ordina al re Uter Pendragon di crearla. Merlino racconta tutta la storia del Graal e di Giuseppe d’Arimatea e di come aveva separato la gente buona da quella malvagia della sua comunità attraverso il calice che aveva messo al centro della tavola. Coloro che sedevano alla seconda tavola chiamarono Graal il vaso da cui ricevevano la grazia e Merlino rivela al Re come anche a questa tavola resterà un posto vuoto, perché soltanto sotto il regno di suo figlio, Re Artù, arriverà il predestinato che può occuparlo, ma prima dovrà aver assistito al servizio del Graal.

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In cosa consiste questo servizio del Graal? È lo stesso Merlino che lo spiega a Re Artù.  Il custode del Graal, il Re Pescatore, non può morire finché un cavaliere della tavola rotonda non abbia compiuto tante imprese alla ricerca di avventure di guerra e cavalleria, tanto da diventare il cavaliere più famoso al mondo. Quando avrà raggiunto una tale gloria da poter andare al castello del ricco Re Pescatore e avrà fatto la famosa domanda – A cosa serve il Graal? – il re sarà immediatamente guarito e dopo avergli rivelato le parole segrete di nostro Signore, trapasserà dalla vita alla morte.
Nel romanzo il Re Pescatore deve anche consegnare a Parsifal una misteriosa lettera ricevuta da un angelo che solo costui, ultimo possessore del Graal, potrà leggere. Questo cavaliere avrà in custodia il sangue di Gesù Cristo, si dissolveranno gli incantesimi nella terra di Bretagna e la profezia del Cristo a Giuseppe di Arimatea, sarà compiuta.  

 

 

 

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