TEMPLARI: ritualità e tradizioni – di Ettore Vellutini

A quali riti venivano sottoposti coloro che decidevano di unirsi all’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo? Che significato e valore avevano questi riti tradizionali per coloro che avevano deciso di votare la propria vita ad un ideale spirituale che li avrebbe portati a combattere ai confini del mondo in difesa della propria fede?

In tutte le tradizioni religiose ed in tutte le organizzazioni a carattere o con finalità spirituali, possiamo trovare fondamentalmente quattro tipi di riti: i riti di nascita, i riti iniziatici e di passaggio, i riti matrimoniali e i riti funerari.

I riti iniziatici e di passaggio che in alcuni casi coincidevano, si differenziano per il fatto che i primi sono rivolti ad un élite di persone che viene annessa ad una Männerbund, “società di uomini” ristretta, spesso segreta[1] e che caratterizzava un passaggio da una vita ordinaria ad una più matura in senso spirituale. In generale l’entrata in una società di “guerrieri Sacri” viene sancita da un rito Iniziatico.

Invece i riti di passaggio erano generalizzati e dedicati a tutti coloro che cambiavano stato sociale.  Nelle antiche società tribali esistevano e sono documentati riti di passaggio in cui i giovani diventavano adulti e venivano accettati di conseguenza nella società dei guerrieri.

Tacito nel “de Germania” [2], racconta di un rito di passaggio attraverso il quale i giovani germani venivano accettati tra gli adulti e paragonava tale rito alla presa della Toga Virilis della tradizione romana. A questa tipologia di riti che probabilmente nacquero come iniziatici e poi diventarono di passaggio, appartengono le cerimonie dell’efebato nell’Antica Grecia, la Bar mitzvah nell’Ebraismo, l’Upanayana nell’induismo e il sacramento della Confermazione nel cattolicesimo.

Per affrontare in modo esauriente il tema della ritualità templare e delle cerimonie iniziatiche, che segnavano l’entrata di un uomo libero nella casa del Tempio, dobbiamo farci un’idea precisa degli usi religiosi e dei riti dell’epoca.

Per prima cosa dobbiamo considerare il fatto che coloro che entravano nell’Ordine Templare lo facevano in età adulta e che, nel caso dei Cavalieri, avevano già subito un rito iniziatico detto di “addobbamento”, rito che sanciva il passaggio di stato di un giovane, dalla condizione di scudiero a quella di cavaliere. Entrare nel mondo della cavalleria, corrispondeva ad un passaggio di stato sociale che inseriva il nuovo membro nella nobiltà e in una società riservata o élite.

Gli antichi riti di addobbamento medioevali cristiani derivano probabilmente dai riti di ingresso nei comitatus germanici pagani, riti trasmessi e mantenutisi all’interno delle comitive feudo – cavalleresche cristiane.
Intorno al X° – XI° secolo questo modello rituale si diffuse a tutte le forme di società di milites cristiani, soprattutto grazie all’intervento della Chiesa, che operò in quel periodo, una profonda cristianizzazione della cavalleria laica, formalizzandone la ritualità e definendone un primo codice di comportamento morale. Gli aspiranti Templari, che fossero Cavalieri o Sergenti, dovevano però affrontare un rito che sanciva l’entrata dell’uomo libero all’interno di un élite assai più esclusiva di quella cavalleresca profana. Infatti con l’entrata nella Casa dell’Ordine il Cavaliere si impegnava ad una disciplina assoluta oltre che all’assunzione del triplice voto monastico di castità, obbedienza, povertà.

L’Ordine del Tempio per certi versi ha avuto diversi aspetti segreti, innanzitutto le norme, gli statuti e la regola in versione integrale, erano custoditi dai dignitari e dal maestro del Tempio e pochi altri ne possedevano parti o stralci all’interno dello stesso Ordine. Anche tutto quello che accadeva nel capitolo rimaneva assolutamente segreto e i verbali stessi erano gelosamente secretati, inoltre esisteva un rito che si svolgeva in prevalenza per la festa di San Giovanni, rito incentrato sulla coppa ed il Vino, che risulta avere caratteri di unicità, non rintracciabile in nessuna altra forma di liturgia praticata a quel tempo e riconducibile esclusivamente all’Ordine del Tempio[3].

Lo stesso rito di ammissione all’Ordine è stato ricostruito solo in parte attraverso la comparazione degli statuti latini pervenuti fino a noi[4], infatti una parte della cerimonia era segreta e poco o nulla se ne conosce, se non dal poco che è emerso dai racconti raccolti dall’Inquisizione sotto tortura e che pare prevedesse il famoso oltraggio alla Croce. Attraverso l’analisi di quanto è pervenuto fino a noi la cerimonia o rito di ammissione si svolgeva nel modo seguente: in un locale annesso alla sala del Capitolo il postulante attende in silenzio mentre nella sala capitolare sono raccolti i Fratelli Templari ordinati in base alla dignità ed al grado gerarchico rivestito, al centro il Maestro, tutto è avvolto in un austero silenzio.

Il Maestro esordisce così: “Signori, amati fratelli, Vedete che la maggioranza è disposta ad accogliere questo nuovo fratello: se vi è fra di voi qualcuno che sappia di lui qualcosa per cui non possa diventare un fratello, si faccia avanti e lo dica; poiché è meglio che lo dica prima e non dopo che è davanti a noi.”  Se tutti tacciono, il Maestro ordina a tre anziani della casa, esperti nel porre le giuste domande, a raggiungere il postulante.

Raggiunto il postulante in attesa, i fratelli anziani esordiscono così: “Fratello, chiedete dunque di entrare a far parte della compagnia della casa?” se risponde si, i tre procedono nell’informarlo delle grandi sofferenze a cui va incontro, e gli illustrano le caritatevoli norme e l’austera vita della casa. Se questi si dichiara disposto a tutto per amore di Dio, e afferma di voler diventare per sempre servo e schiavo della casa, fino all’ultimo giorno della sua vita, gli devono chiedere se ha una donna come moglie o promessa sposa; se ha preso i voti o è vincolato a un altro Ordine; se ha contratto con un laico, un debito che non è in grado di pagare; se gode di buona salute e non cela infermità nascoste; infine se è il servo di un altro uomo.

Se questo dichiara di essere libero da tutti questi vincoli, i fratelli fanno ritorno alla sala del capitolo e si rivolgono al Maestro: “Signore abbiamo parlato con il gentiluomo che prende qui fuori e gli abbiamo illustrato, per quanto abbiamo potuto e per quanto sono a noi note, le dure condizioni della casa. Ed egli dice di volersi fare servo e schiavo della casa e di essere libero da ogni vincolo, sicché nulla gli impedisce di diventare nostro fratello, se piace a Dio e a voi fratelli”. Il Maestro deve chiedere ancora una volta se c’è qualcuno che abbia qualcosa da obiettare, ed esortarlo a parlare senza indugio e se nessuno prende la parola deve dire: in nome di Dio volete dunque che lo faccia venire? I gentiluomini gli risponderanno: “in nome di Dio fatelo venire” allora quelli che lo hanno interrogato tornano dal postulante e gli chiedono: “siete rimasto fermo nella vostra richiesta?” e se dice si, indicano il modo in cui deve richiedere di far parte della casa.  Cioè che dovrà entrare nel capitolo inginocchiarsi dinanzi a colui che lo presiede e dire a mani giunte: “Signore sono venuto davanti a Dio e davanti a voi ed ai fratelli per chiedervi e implorarvi per amore di Dio e di Nostra Signora di concedermi la vostra compagnia e i benefici della casa poiché desidero farmi per sempre servo e schiavo della casa”.

Il Maestro al quel punto dirà: “Mio buon fratello chiedete una cosa molto grande poiché il nostro ordine non scorgete che l’apparenza vedete dei cavalli e splendenti armature cibi squisiti e buoni vini e vestiti eleganti e allora pensate che con noi starete assai bene, ma ignorate gli aspri comandamenti che si nascondono dietro tutto ciò: poiché sarà penoso per voi, che siete padrone di voi stesso, farvi servo degli altri. E d’ora in avanti sarà arduo per voi fare ciò che desiderate: poiché se volete restare di qua dal mare, sarete inviato di la; e se desiderate stare ad Acri verrete mandato nella terra di Tripoli….. o in una delle numerose terre dove abbiamo commende e possedimenti, e se desiderate dormire dovrete vegliare; e se qualche volta vorrete vegliare vi verrà ingiunto di andare a riposare nel Vostro letto” a questo punto i fratelli reciteranno un Pater dopo di ché il cappellano  reciterà la preghiera dello Spirito Santo, il Veni Creator.

Al termine il Maestro si fa portare i Vangeli che apre davanti al postulante in ginocchio mentre tutti i fratelli vestiti di bianco, alla luce delle lampade assistono in silenzio. Il Maestro pone le stesse domande che i tre anziani hanno fatto in precedenza al candidato questa volta specificando chiaramente i termini e i particolari delle colpe e delle pene a cui andrebbe incontro mentendo. A questo punto il candidato è pronto ad esprimere il triplice voto Monastico in nome di Dio e della Vergine; Obbedienza al Maestro ed ai suoi successori, Castità e Povertà. I successivi giuramenti che vengono richiesti al postulante sono giuramenti riguardanti i compiti propri del Cavaliere e l’obbligo della difesa di ogni cristiano, di ogni indifeso e della Terra Santa. 

Compiuti tutti i giuramenti, il Maestro procede a vestire il candidato con il bianco mantello, mettendoglielo al collo e allacciandolo. Durante la consegna del mantello il cappellano intona il salmo Ecce Quam Bonum[5] subito dopo reciterà la Preghiera dello Spirito Santo, ed ogni fratello il Pater. Al termine delle preghiere il Maestro farà alzare il novello cavaliere e lo bacerà sulla bocca, poi lo bacerà il cappellano secondo l’usanza della casa. Subito dopo il Maestro farà sedere davanti a se su una sedia appositamente introdotta alle spalle del nuovo Frates e gli spiegherà quali sono le colpe e le mancanze che potrebbero portarlo alla perdita del mantello e all’espulsione della casa.

Il Maestro inizierà il sermone dicendo: “Mio buon fratello, il Signore ha esaudito il vostro desiderio e vi ha posto nella bella compagnia della Cavalleria del Tempio; pertanto dovete evitare ad ogni costo di fare qualcosa che ve la faccia perdere, dal che Dio vi guardi.”  Il Maestro espone in modo sintetico tutte le regole che devono rispettare tutti i Templari, che siano cavalieri o sergenti, regole che se non seguite possono portare all’espulsione dalla casa e alla perdita del mantello. La cerimonia conosciuta si conclude con una formula di chiusura del Maestro assai interessante: “… ma non vi abbiamo detto tutto ciò che avremmo dovuto, poiché dovrete essere voi a chiederlo. Che Dio vi faccia sempre parlare ed agire per il bene. Amen”.

La parte tramandata dalle copie delle regole arrivate fino a noi si conclude così, pare che esistesse una seconda parte del Rito, parte che prevedeva una prova simbolica ma emotivamente traumatica per il nuovo cavaliere, e che aveva lo scopo di  saggiarne la forza di volontà e l’assoluta obbedienza all’ordine, cerimonia che si concludeva con il costringere il nuovo fratres a sputare sulla Croce. Ma di questo rito segreto, trapelato dai verbali degli interrogatori della santa inquisizione, si sa poco o nulla, e soprattutto, non si sa se fosse previsto dall’origine della fondazione del Tempio o se sia stato introdotto in seguito, dopo anni di esperienza in terra santa, forse per preparare i cavalieri a ciò che avrebbero dovuto affrontare se fossero caduti in mano dei Saraceni.

La segretezza dei riti e la totale mancanza di documentazione relativa alla storia, alle credenze, ed alla filosofia dell’Ordine Templare hanno lasciato e lasciano tuttora spazio a teorie, ipotesi e fantasiose suggestioni. Quello che sappiamo è che da questo ordine iniziatico, dal carattere eccezionale e rivoluzionario per i suoi tempi, abbiamo ereditato un enorme lascito di cultura, conoscenze, capolavori architettonici unici, esperienze e modelli, che saranno utilizzati e che ancora oggi utilizziamo, anche se inconsapevolmente nella nostra società attuale. Ma soprattutto ci ha lasciato un inestimabile patrimonio spirituale ed un esempio vivo e incancellabile, di una società di uomini e donne libere, che non hanno avuto paura di sacrificare la propria esistenza per un ideale più grande, arrivando al battesimo di sangue ed al Martirio.

I Templari hanno onorato fino alla fine, tra le fiamme che hanno consumato l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine Jacqus de Molay, quel motto che d’oro portavano scritto sulle loro bandiere di guerra: “non Nobis Domine non Nobis sed Nomini Tuo da Gloriam”.


[1] La lode della nuova cavalleria di Bernardo di Chiaravalle introdotta e  tradotta  da Franco Cardini ed il Cerchio 2017

[2] Tacito De Germania XIII

[3] In proposito vedere Barbara Frale nei suoi due testi I Templari e I Templari e la Sindone di Cristo ed. Il Mulino.

[4] I Templari la regola e gli statuti dell’Ordine a cura di Jose Vincenzo Molle ed ECIG

[5] Salmo 133

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