IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

(Seconda Parte)

LA MACCHINA DEL FANGO

Comunque siano andate le cose a questo riguardo, è certo che il “clima” intorno al Tempio si era fatto tempestoso, tanto che, nell’estate del 1306, in risposta alla convocazione del pontefice che lo vuole alla sua presenza, insieme al maestro dell’Ospedale Folques de Villaret, per discutere di nuovo dell’unificazione degli ordini e della futura crociata, Jacque de Molay scrive al papa, chiedendo che apra un’inchiesta sullo stato del Tempio e ponga fine alle mormorazioni. Clemente V gli richiede di portargli la regola templare perché la possa leggere; dopo la morte del papa nel 1314, due copie della regola furono trovate sul suo comodino.

 “… l’obiettivo prioritario del Nogaret non era scioccare il pontefice rivelando le nefandezze dei Templari, bensì impressionare l’opinione pubblica, il vero “zoccolo duro” del prestigio sociale di cui godeva il Tempio.”[1], scrive Barbara Frale, e aggiunge: “… Era la gente comune che bisognava indurre al disgusto; le masse popolari non troppo difficili da pilotare, le stesse che portavano elemosine, uomini e terre alla grande compagine del Tempio. Una volta leso pubblicamente l’onore dell’ordine, qualunque azione postuma fatta dal pontefice per scagionarlo sarebbe giunta troppo tardi. […] Era il favore popolare, il suo massimo punto di forza [del Tempio], e proprio per indebolire questo vantaggio erano stati messi all’opera i migliori cervelli giuridici di Francia, i più spregiudicati. Quando scattò l’arresto, quel fatidico venerdì 13 ottobre, in un certo senso il destino dell’ordine era ormai segnato. Le menti che congegnarono la strategia di attacco avevano già fatto in modo che i frati guerrieri apparissero praticamente già colpevoli e disonorati, travolti dalla vergogna. In una parola sfiduciati da quella vasta opinione pubblica del mondo cristiano che sino ad allora li aveva considerati eroi”.[2]

A questo punto la prima parte della strategia di attacco al Tempio aveva portato i suoi frutti. Poteva ora iniziare la seconda fase.

IL PAPA VA IN FERIE

Papa Clemente V era un abilissimo equilibrista. Pur non essendo un cardinale, era stato eletto proprio per questa sua caratteristica, dopo un conclave infinito durato quasi un anno, dal 17 luglio 1304 al 5 giugno del 1305.

Si chiamava Bertrand de Got, era arcivescovo di Bordeaux, nominato da Bonifacio VIII, francese, primate di una diocesi non vassalla del re di Francia ma soggetta alla corona inglese; la situazione politica della Guascogna infatti consigliò al re di Francia di considerare con prudente benevolenza l’oscillante comportamento di Bertrand il quale, nella lotta che lo opponeva al pontefice, si schierava ora con l’uno ora con l’altro. Benché francese, egli, quale creatura di Bonifacio, poteva offrire al partito bonifaciano, che aveva la maggioranza in conclave, le garanzie necessarie per essere il continuatore e il vendicatore di Bonifacio VIII. Ma Il passato e la personalità di Bertrand presentavano indubbiamente tratti e caratteristiche tali da interessare anche Napoleone Orsini, il capo del partito antibonifaciano e filofrancese, il quale si accorse che Bertrand poteva garantire una certa equidistanza tra le parti in conflitto.

Ovviamente se la ricerca di una posizione equilibrata si può considerare una virtù, il non prendere posizione o il seguire quella del più potente, come poi Clemente farà, dimenticandosi in pratica di essere il capo della Chiesa e quindi di doverla difendere testimoniando a tutti i costi la verità, sono il segno, se non di esplicito tradimento, come scrissero molti suoi contemporanei, sicuramente di vigliaccheria. Dante, ad esempio, lo considerò come l’espressione peggiore del male, nella Chiesa e nel mondo.[3]Il 26 agosto 1307 Clemente scrive al re Filippo il Bello per invitarlo a non mandargli più ambasciatori fino all’inizio dell’autunno e per informarlo che intende aprire un’indagine pontificia sullo stato del Tempio. Si ritira in campagna, per riposarsi e curarsi.
Il re non può permettere che sia il papa a indagare sul Tempio. Sa già che l’equilibrista Clemente farà di tutto per prendere tempo e soprattutto sa benissimo che in realtà l’unico problema che si era posto all’interno dell’ordine, e che aveva generato una certa confusione anche fra gli stessi Templari, riguardava la confessione dei peccati. Jacques de Molay gliene aveva perfino parlato di persona in quella fatidica estate del 1307. Una questione tutta religiosa e che si sarebbe risolta in quell’ambito, al termine dell’inchiesta pontificia, peraltro richiesta anche e soprattutto dallo stesso Gran Maestro del Tempio.

LA REGOLA SEGRETA

La questione toccava la non completa chiarezza, talvolta riportata nelle fonti, tra l’assoluzione sacramentale, che spettava solo al cappellano in quanto sacerdote, e l’assoluzione impartita dal maestro o da chi presiedeva il capitolo, che riguardava le trasgressioni alla regola e agli statuti. Gli statuti dell’ordine erano abbastanza chiari in proposito, ma non tutti i Templari li conoscevano con esattezza, anche perché vi era nella stessa regola il divieto per i frati di averne il testo, se non chiedendone il permesso al maestro.

Questa segretezza, imposta per evitare che la regola dell’ordine finisse in mani “profane”, visto il gran numero di persone non appartenenti all’ordine che frequentavano le case del Tempio, alla fine aveva generato una certa ignoranza o almeno non completa conoscenza della regola stessa, la cui trasmissione avveniva per lo più oralmente. “Si passò quindi da «gli statuti dell’ordine sono segreti e non devono essere rivelati», prescrizione effettivamente contenuta negli statuti, a «nell’ordine ci sono statuti normali e statuti segreti», deduzione emersa durante gli interrogatori. [4]

I torturatori quindi fecero confessare a molti Templari che nei punti (puncta) di una regola segreta fossero contenuti i peccati e gli obblighi sconvolgenti di cui li si accusava, primi fra tutti il rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce, ma anche la sodomia, in realtà molto severamente repressa dalla giustizia interna dell’ordine, o addirittura prescrizioni perfettamente ortodosse contenute nella regola stessa, come l’obbligo di portare una cordicella a cingere i fianchi. Ma su questo torneremo.

IL PIANO DI ATTACCO

Viste le intenzioni del pontefice di aprire una sua personale indagine sul Tempio, la corona gioca d’anticipo e passa direttamente alla pianificazione della fase finale del suo piano d’attacco.
Si poneva un problema giuridico: esistevano due tipi di processo, il primo, quello accusatorio, derivato dal diritto dei popoli germanici e diffuso fin dall’inizio del Medioevo in tutto l’Occidente, era pubblico in ogni sua fase e prevedeva che l’accusatore fosse una persona che si assumeva l’onere di provare le sue accuse. In caso non ci riuscisse, avrebbe espiato lui la pena prevista per il reato che denunciava. Filippo il Bello non poteva, e sicuramente non voleva, esporre sé stesso e la corona di Francia a un simile rischio, tanto più che aveva intenzione di porre sotto processo un ordine della Chiesa, in realtà esente e immune dalla giustizia ordinaria, e sottoposto solo al pontefice. Ma aveva un’altra possibilità che rivelò tutta la sua efficacia.

“Con il canone 8 Qualiter et quando del IV Concilio Lateranense (1215), inserito poi nelle Decretali del 1234, papa Innocenzo III stabili che la publica fama poteva prendere il posto dell’accusatore. Questa nuova procedura dell’inquisitio implicava che un giudice (l’inquisitore) procedesse a un’inchiesta segreta. La cattiva reputazione, l’infamia, attribuita alla vox publica, pubblica opinione, diventava quindi il principale detonatore dell’inchiesta. Era sufficiente che una persona fosse diffamata o infamata, per farne un reus, un imputato, un incriminato, e per vedergli sospesi alcuni diritti e prerogative. Ciò che stava a cuore, in questo tipo di processi, non era stabilire la sostanza delle accuse, che erano sempre qualificate dall’essere enormia o come qui nella bolla [la Vox in excelso], «orrende a udirsi e a vedersi», ma verificare che l’imputato avesse effettivamente cattiva fama”.[5]

Filippo il Bello aveva così il mezzo giuridico, l’infamia, che il suo gruppo di esperti manipolatori dei fatti e dell’opinione pubblica aveva costruito nel tempo, e, come abbiamo già detto, l’attore principale da mettere in scena: l’inquisitore di Francia, Guillaume de Paris. Con un’abile mossa, nel decreto di arresto dei Templari fu scritto che era lui, l’inquisitore, che aveva chiesto l’intervento del re, «il braccio secolare», per arrestare i cavalieri del Tempio ed interrogarli sui capi d’accusa che gli informatori avevano raccontato. Il Papa si sarebbe così trovato di fronte al fatto compiuto e il re sarebbe apparso come il difensore della fede.

Il 14 settembre 1307, nell’abbazia di Maubuisson presso Pontoise, dove è riunito il Consiglio reale, il re firma l’ordine di arresto dei Templari. L’ordine è inviato a tutti i balivi del regno ed è sigillato e segreto, da aprirsi solo il giorno prima di venerdì 13 ottobre quando, all’alba, andrà eseguito.

Una settimana dopo, il 22 settembre 1307, Guillaume de Paris invia a sua volta una lettera segreta agli inquisitori di Tolosa e Carcassonne per informarli. Ovviamente non avvisa il Papa. “Guillaume Imbert scriveva sotto il sigillo del segreto più stretto e annunciava il futuro arresto contro i Templari che sarebbe scattato circa tre settimane dopo. Spiegava che il re di Francia, informato da testimoni della massima autorevolezza, aveva raccolto prove schiaccianti del fatto che i Templari nascondevano comportamenti gravemente lesive verso la religione, palese spia di un credo eterodosso diffuso tra loro; tali prove erano state esibite al tribunale, sicché egli, frate Imbert, aveva di conseguenza richiesto l’aiuto militare della Corona per appurare tramite la coercizione se le accuse avessero fondamento […]

Nella lettera scritta ai suoi subordinati di Tolosa e Carcassonne frate Imbert motivava il proprio agire con argomenti copiati di pari passo dall’ordine di arresto reale”.[6]

In questa missiva “frate Imbert raccomandava loro di offrire la massima collaborazione al piano del re, mobilitando abili predicatori dalla parola travolgente, per preparare la gente alla scioccante novità: dovevano servirsi dei francescani per diffondere la notizia fra il popolo e gestire abilmente tutta la vicenda in modo che non ne venisse fuori uno scandalo, ma, al contrario, fosse posto in rilievo quanto grande era lo zelo del Tribunale e quanto importante la sua missione a difesa della fede. L’inquisitore aveva insomma messo a disposizione della Corona tutto il peso della sua autorità, organizzando quella potente manovra di controllo dell’opinione pubblica su larga scala, ottenuta con le risorse disponibili a quel tempo”.[7]

L’inquisitore scrive nella sua lettera: «Riguardo ai fatti di cui abbiamo detto non abbiamo intenzione di aprire un processo contro l’ordine per intero né contro tutti i suoi membri in generale: la nostra azione è rivolta esclusivamente contro alcune singole persone giudicate sospette»[8]. Come sarà chiaro venti giorni dopo, era una falsità: o mentiva o era stato ingannato anche lui.

Giovedì 12 ottobre 1307, ai funerali di Caterina de Courtenay, moglie di Carlo di Valois, fratello di Filippo IV re di Francia. Jacques de Molay, gran maestro del Tempio, ha l’onore di portare lo stendardo funebre.
Venerdì 13 ottobre 1307, all’alba, tutti i Templari di Francia sono arrestati.


[1] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.31.

[2] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.32.

[3] Dante “non manca mai occasione per esprimergli il suo più profondo disprezzo. Comincia col non nominarlo mai: è il Guasco in Paradiso XVII 82; il pastor sanza legge in Inferno XIX 83, e non manca di sottolineare le sue colpe più gravi: prima di tutte la simonia, che gli viene rimproverata come ancor più laida di quella dello stesso Bonifacio VIII, in quanto per ottenere il pontificato era ricorso all’aiuto, addirittura, di Filippo il Bello, mostrandoglisi arrendevole come aveva fatto l’ebreo Giasone col re Antioco Epifane, per raggiungere il sommo sacerdozio (Il Machab. 4, 1-20). E la condanna della simonia viene ancor più ribadita, esplicitamente, in Paradiso XXX 145-148: Ma poco poi sarà da Dio sofferto / nel santo officio: ch’el sarà detruso / là dove Simon mago è per suo merto, / e farà quel d’Alagna intrar più giuso, ponendo Clemente ancora una volta in un rapporto di continuità, nella colpa, con Bonifacio VIII.

Raoul Manselli, voce Clemente V, Enciclopedia Dantesca, Treccani, Roma 1970.

[4] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.92.

[5] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.33.

[6] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.51-53.

[7] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.55.

[8] Heinrich Finke, Papsttum un Untergang des Templerordens, Aschendorff, Münster 1907, vol. II, p.44-46.

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