LA VITA E LA MORTE NEI MISTERI ELEUSINI – di Monica Capobianco

I Misteri Eleusini si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra ad Eleusi ed erano considerati le più importanti cerimonie segrete dell’antica Grecia. Con rituali affascinanti si rappresentava il mito del rapimento di Persefone, figlia di Demetra, da parte del re degli inferi Ade, con un ciclo a tre fasi: la “discesa”, la “ricerca” e l’ “ascesa”. Il tema principale era l’ascesa di Persefone, la riunione con sua madre Demetra e la nascita di Dionisos da Persefone.

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IL MISTERO DELLA VITA E DELLA MORTE – di Monica Capobianco

Capita a tutti di porsi delle domande in merito alla finalità della nostra vita e all’apparente suo eterno divenire privo di causa, soprattutto in periodi difficili come questo, dove assistiamo ad un susseguirsi di eventi infelici a cui spesso non sappiamo assegnare una precisa logica.
Speranza e fede ci sorreggono, la scienza ci aiuta, ma non basta. L’incertezza sul nostro futuro rimane.

Anche i nostri progenitori si ponevano delle domande. Vediamo in sintesi quale era la concezione della vita e della morte nelle principali civiltà e culture antiche. Ci accorgeremo che i meccanismi della rinascita e della logica dell’esistenza terrena, insieme alle descrizione della vita nell’Aldilà,  hanno un filo in comune che lega tutte le dottrine religiose più importanti; vi sono delle nette similitudini a cui non si può non dar credito, anche perché emergono dalle ricerche e dalle esperienze delle menti più brillanti e affidabili della storia dell’umanità, uomini e donne che hanno lasciato ai posteri una preziosa Saggezza, da loro acquisita con fatica e sacrificio.

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IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DELLA FONDAZIONE DI ROMA – di Ettore Vellutini

La Prima impresa: la Fondazione della Roma Quadrata e il Nome Segreto di Roma

Senza tornare sul ricco simbolismo iniziatico rappresentato dal Mito intorno alle origini di Romolo e Remo, simbolismo oggetto di un articolo interessante e ben documentato scritto da Francesco Parisi in precedenza su queste stesse pagine, vorrei riprendere la storia della fondazione di Roma da dove Francesco l’ha lasciata, seguendo l’idea che il racconto della fondazione non è solo un fatto mitico creato dal sovrapporsi di varie leggende, ma la trasmissione di un evento metafisico che, lungi da essere lontano nel tempo, ci riguarda ancora oggi più di quanto potremmo mai immaginare.

21 secoli fa nel 753 a.c. secondo Varone Plutarco Tito Livio, e secondo oltre 200 autori antichi, avviene, durante la festa della pariglia, la Fondazione di Roma. Le pariglie sono le feste dei pastori, ancora una volta nel contesto mitico ritorna il simbolo del pastore come protagonista di una fondazione o più in generale di una Teofania[1]. Ma nello specifico questi pastori che cosa facevano durante queste festività? Il rituale delle pariglie consisteva nel saltare dei fuochi accesi; secondo le tradizioni popolari questi riti servivano a propiziare la fertilità delle capre.
In realtà il rito del salto dei giovani guerrieri attraverso il fuoco è un rito di passaggio antichissimo di tipo misterico e iniziatico, che si può rintracciare nelle più antiche comunità di ceppo indoeuropeo.
Il salto nel fuoco suggerisce l’idea di una preliminare purificazione e di un passaggio necessario, da una parte all’altra di una sponda o di una terra, attraverso l’azione di un fuoco purificatore. Bisogna effettuare un passaggio attraverso il fuoco per dare inizio ad un’impresa di tipo realmente spirituale, bisogna che l’uomo vecchio lasci il posto all’uomo nuovo.

Ma prima di poter dar luogo ad un atto di fondazione a carattere Sacro era necessario sapere quale sarebbe stato il candidato scelto dalla volontà divina, chi sarà chiamato ad assolvere una tale missione Romolo o Remo? Secondo la leggenda Romolo vuole fondare la Città sul Palatino, Remo la vuole fondare sull’Aventino. Per poter decidere chi e dove sarebbe sorta la città, fu interpellato un Augure, il sacerdote specializzato nella tradizione religiosa Etrusca prima e romana poi, all’interpretazione della volontà degli Dei o “auspici”. L’Augure viene sempre rappresentato vestito delle classiche vesti bianche e con in pugno il Lituus, lo strumento sacro utilizzato per dividere il cielo, tracciare i confini del Templum Celeste. Secondo i racconti, i sacerdoti si recarono uno sul Palatino, dove aspettava Romolo raccolto in preghiera e con il capo velato e uno sull’Aventino luogo prediletto da Remo. Gli Augure esaminano entrambi i fratelli, poi volgendosi con gli occhi a scrutare il cielo che avevano preliminarmente diviso, dopo aver pronunciato le parole di un rituale antichissimo, attesero che gli Dei palesassero la loro volontà.

L’augure secondo la tradizione etrusca divideva con il Lituus il cielo in sedici parti, alcune di queste erano fauste, cioè fortunate, altre erano infauste o sfortunate. Quindi il momento, la specie e la direzione che percorrevano gli uccelli nel cielo così diviso, indicavano la forza e il carattere del segno che esprimeva la volontà divina.

Quando il sacerdote osservò il cielo alle spalle di Remo vide gli uccelli arrivare da Sud, una direzione infausta, vide sei uccelli volare nel cielo. Quando l’Augure sul Palatino esplorò il cielo per guardare il segno riservato a Romolo, vide gli uccelli arrivare da nord-est direzione favorevole, contò dodici avvoltoi volare nel cielo, numero e specie propizia e solare per eccellenza, quindi l’eletto per volontà divina, l’Augusto è Romolo.

Il termine Augusto ha un significato molto particolare nella religiosità romana, noi comunemente lo associamo al nome che gli imperatori assumeranno da Ottaviano in poi, ma in realtà il termine Augusto rappresenta una qualità o meglio una particolare dignità riservata ad un luogo o ad un personaggio speciale. L’Augusto indicava un consacrato, cioè un uomo separato dal mondo profano e riempito o meglio abitato dalla presenza di Dio. L’uomo prescelto dal Nume veniva transustanziato, cambiava natura non era più lui, la sua sostanza non era più umana ma simile a quella divina. Questa discesa del divino nell’umano lo rendeva degno di fondare un epicentro di spiritualità, l’Omphalos o centro del mondo.

Ricevuta la consacrazione o la discesa della presenza particolare del Nume nel prescelto, Romolo Augusto deve consacrare, cioè conquistare e separare dal mondo profano, uno spazio sacro riservato alla divinità, dove insediare la presenza Divina. Per questo Romolo si volge verso il colle sacro che ha scelto, il Palatino. Il 23 marzo giorno del tubilustrium, festa della purificazione che seguiva i cinque giorni sacri a Marte, Romolo abbigliato da sacerdote e impugnata una lancia di corniolo la scaglierà in direzione del colle prescelto.
Secondo i miti della fondazione, quando la lancia si conficcò nel terreno divenne un albero vivo: racconta Tito Livio che il corniolo conficcatosi nel terreno mise miracolosamente radici e fiorì, intorno a quell’albero che visse molti secoli i romani costruirono un tempio che fu molto venerato dalla gens quirina. Il corniolo è una pianta caratterizzata da un legno durissimo e ricco di profondi significati simbolici, rappresenta anche un potere nascosto, cioè un potere invisibile, una forza che si manifesta quando le condizioni si fanno adatte. Questo atto drammaturgico, mosso da un intento spirituale, sembra rappresentare un atto di esorcismo, è quindi un atto di conquista tipico dell’espressione di un potere spirituale dal carattere sacerdotale e guerriero.

Poi sempre secondo la leggenda, il prescelto Romolo, manderà a chiamare i sacerdoti etruschi, i Lucumoni, che gli insegneranno i misteri della fondazione di una Città e gli faranno dono dei libri Rituales, i libri sacri che i sacerdoti etruschi si tramandavano gelosamente, libri che custodivano i rituali che avevano il potere di provocare la discesa della divinità nel luogo di elezione.
La trasmissione dei libri, rappresenta simbolicamente, il passaggio della Sapienza Sacerdotale Etrusca a colui che avrebbe fondato un nuovo epicentro di spiritualità.
Romolo si presenta come il rinnovatore del precedente ciclo di manifestazione, ciclo rappresentato dai sapienti etruschi, che stava andando incontro al suo ineluttabile tramonto per lasciare il posto al nuovo ciclo rappresentato da Roma.

Asceso sulla cima del Palatino, Romolo si volge verso Albano, lì dove sorgeva l’Antico Tempio di Giove, perché vuole ottenere l’Augurium, cioè la consacrazione del Palatino attraverso la traslazione della presenza divina di Giove da Alba Longa, la città fondata dal suo Avo Ascanio, dove sorgeva il Tempio di Iupiter Latiaris, massima divinità dei latini. A questo punto, rivolto verso la casa di Giove, il futuro Re di Roma traccia un solco, delimitando lo spazio sacro, e lo fa utilizzando un aratro trainato da due buoi, più esattamente da un Bue e da un Vacca, maschio e femmina, uno bianco e uno nero.

L’aratro era forgiato nel Bronzo, perché l’aratura del Re non fu l’atto di un contadino ma quella di un sacerdote che fa il Sacro.
Circoscrivendo il Pomerium Romolo alza l’aratro in prossimità di tre porte, solo tre porte per entrare ed uscire, il resto è interdetto, invalicabile.
Il Pomerium tracciato da Romolo ha una suggestiva forma trapezoidale, quasi fosse un contenitore, una coppa che aveva lo scopo di accogliere la presenza di Giove e il suo Augurium come in un contenitore, in un’arca pronta a custodire il mistero della Presenza Divina.

Fatto questo, crea e consacra la città, di fatto fonda un Tempio.
Plutarco scrisse di questa fondazione con dovizia di particolari, vale la pena citarlo per intero nella sua descrizione di quel momento: “Per prima cosa Romolo chiamò dall’Etruria degli esperti, che gli spiegarono e insegnarono minuziosamente il cerimoniale prescritto dai sacri come se si trattasse di un rito magico. Quindi fu scavato un fosso rotondo, del perimetro dell’attuale Comizio, e vi furono riposte le primizie di tutte le cose sancite dalla natura come necessarie alla vita umana. Poi ciascuno portò una manciata di terra del paese dal quale proveniva, e la gettò tra le primizie confondendole tutte assieme. Indi, preso il fosso, che designano con il nome usato anche per l’Universo, e cioè mundus, come centro di un cerchio, tracciarono in giro il perimetro della città”[2]. Quindi da questo cerchio traccerà un perimetro perché quello è l’Omphalos, ombelico al centro del mondo, il centro in cui discende e poi si irradia la presenza divina, luogo dove la Divinità va ad abitare, immagine del Cosmos che si contrappone al Caos, è il Tempio.

È a quel punto che Romolo pronuncia i Nomi segreti della Città. Abbigliato come un sacerdote etrusco impugnando il Lituus compie l’atto Sacro per eccellenza “Suona e Canta”. Romolo portando alle labbra il Lituus suonerà la nota sacra, perché il Lituus non era solo un bastone sacerdotale necessario a dividere cerimonialmente lo spazio celeste, ma era anche uno strumento musicale che emetteva delle note, e lui suonerà delle note misteriose dal Palatino pronunciando e cantando il Nome profano della Città Roma, nome che tutti conosciamo, poi il Nome Sacro ed infine il Nome Misterioso, quel nome che era vietato pronunciare o rivelare.

Quando questo nome si poteva pronunciare? Soltanto una volta l’anno, quando si celebravano i fasti della ricorrenza della fondazione della città, tra i suoni dei cembali, il battere incessante dei tamburi ed il caos prodotto dal popolo Romano acclamante il Rex Sacrorum, il Pontefice massimo che pronunciava sicuro di non essere ascoltato da nessuno, il Nome Misterioso di Roma.


Questo rito ricorda da vicino il medesimo rituale che il Grande Sacerdote svolgeva a Gerusalemme durante la festa dello Yom Kippur, festa della purificazione, giorno in cui tra il clamore assordante dei cembali e del popolo festante veniva pronunciato il Gran Nome segreto del Tetragrammaton, il nome di Dio di quattro lettere.
Perché Roma aveva un Nome segreto? Perché il Nome era considerato il luogo del Nume, rappresentava la presenza reale e divina dell’intelligenza celeste che abitava e vivificava la Città Tempio. Conoscere il Nome del Nume tutelare di una città, dava la possibilità di entrare in relazione con la divinità stessa; questa conoscenza metteva in grande pericolo l’esistenza stessa dell’Urbe. Questa concezione, che fa trapelare la conoscenza di una ben precisa dottrina teurgica sull’uso dei nomi divini, viene tramandata dalla storia romana attraverso il velo del mito nel racconto della guerra contro i Veiensi.

Roma conobbe tra i primi e più acerrimi nemici alcune città stato etrusche e tra queste la fiera e potente città di Veio. Veio combatterà una guerra contro la nascente potenza romana che durò trenta anni. Stranamente il racconto della guerra contro Veio ha più di qualche punto in comune con l’Iliade di Omero. Ma come i romani ottennero la vittoria contro gli acerrimi nemici Veiensi? Si racconta che il console Marco Furio Camillo ordinò di scavare un tunnel sotto le mura, un tunnel che sbucasse sotto il tempio di Giunone, Dea protettrice di Veio. Scavato il passaggio mandò un gruppo di sacerdoti e soldati a rapire la statua della Dea onde portarla in solenne processione a Roma e promettendo alla Dea stessa che se avesse abbandonato Veio nelle mani romane, gli sarebbero stati resi grandi onori e sarebbe entrata a far parte degli Dei protettori della Città. Sempre secondo la leggenda Giunone si compiacque dei romani e abbandonando la città ne decretò rapidamente la sconfitta.

Questa storia rappresenta, molto probabilmente, una cerimonia che i romani svolsero dopo aver scoperto i nomi misteriosi con cui invocare la dea tutelare della Città, costringendola in qualche modo a lasciare la sua difesa. Queste cerimonie, in cui i sacerdoti romani evocavano in virtù dei Nomi Sacri le divinità delle città da assediare, erano abbastanza diffuse nella ritualità guerriera romana; ci sono arrivate testimonianze delle medesime cerimonie svolte prima di attaccare Cartagine, quando il Generale Scipione cantò il carme rituale sotto le mura della città assediata, ed in diverse altre occasioni.

Anche nella tradizione segreta di Israele si diede grande importanza alla scienza segreta del Nome e dei signori del Nome, i Baal Shem, conosciuti in occidente attraverso le traduzioni dei primi testi cabalistici apparsi in Andalusia introno al XII secolo. È per questo motivo che il nome di Roma sarà custodito in grandissimo segreto.
Ci fu un tribuno della plebe, Valerio Sorano, che rivelò il nome segreto e per questo venne crocefisso, proprio perché una tale profanazione metteva in pericolo l’esistenza stessa della Patria.

Quindi tracciare e fondare la città Tempio, la Roma Quadrata, per accogliere la Divina presenza del Dio fu la prima impresa di Romolo, a cui seguirono altre due imprese la traslazione del fuoco Sacro e la divisione dello spazio e del Tempo.
“Roma è così il “tempio”, la sede terrena di un nuovo Centro di irradiazione, il luogo segreto dove si trasferisce la Sapienza Arcaica, ritiratasi dagli antichi centri iniziatici delle civiltà in fase di sgretolamento, dalle “terre inaridite”, per approdare con Enea in una nuova terra, la “terra vergine”, la feconda “terra nera” o “terra di Saturno”, l’Italia, la “terra dei tori”, per un nuovo giorno di manifestazione. Romolo, figlio del Sole (Ilion), portatore del Lituus, lo scettro etrusco, è il “Raggio di Sole” che feconda la terra nera di Saturno, il primo Re d’Italia, il fondatore di Roma.”[3]


[1] cfr. Commento al Vangelo di Matteo di Origene, Ed. Città Nuova.
[2] “Vita di Romolo” Plutarco.
[3] “La Vergine dell’Infinito” Alessandro Benassai

IL MITO DELLE ORIGINI DI ROMA – di Francesco Parisi

Uno dei più affascinanti, complessi ed elaborati miti della storia antica è senza alcun dubbio quello che si riferisce alla fondazione di Roma.
L’antica tradizione religiosa romana infatti non si limita a descrivere gli eventi contemporanei con il mitico solco, il famoso pomerium, tracciato da Romolo il 21 aprile del 753 a.C., bensì ha consegnato alla memoria perenne anche tutta una serie di racconti sulle vicende che precedettero la fondazione della Città Eterna e dietro il cui ricchissimo velame di simboli si nascondono i dettami e le basi della dottrina esoterica di Roma.

È certamente molto nota la leggenda secondo la quale Romolo e il fratello gemello Remo furono i discendenti per linea di sangue di Enea, nipote di Priamo e principe troiano, il quale, in fuga dalla distruzione di Troia per mano degli Achei, capitanati dal Re di Micene Agamennone, approdò in Italia per poi stabilirsi nell’attuale Lazio.
La guerra di Troia, narrata nell’Iliade di Omero, rappresentò un vero e proprio scontro di civiltà e di concezioni religiose. Nell’Iliade venne scritto l’ultimo capitolo di una guerra combattuta per secoli in Europa e in Asia Minore e che vide lo scontro tra una visione guerriera e maschilista propria dei popoli invasori indoeuropei ed una concezione sacerdotale, basata sul culto della Grande Dea tipica delle popolazioni autoctone e preesistenti.

Questa tensione bipolare, che il fondatore dell’Associazione Archeosofica, Tommaso Palamidessi, definisce nel Quaderno “La Costituzione Occulta dell’Uomo e della Donna” come il dualismo della manifestazione creativa, costituisce la dialettica dell’universo, una delle leggi fondamentali che ne regolano l’esistenza. Si pensi come ogni cosa appaia basata su una struttura bipolare: il giorno e la notte, il maschio e la femmina, il caldo e il freddo, il Bene e il Male, tutto è organizzato secondo un’alternanza che richiama il movimento dei piatti di una grande Bilancia Cosmica. Ogni avvenimento oscilla ora verso un estremo ora verso un altro e, come insegna la fisica, è proprio questa differenza di potenziale che genera l’energia e lo sviluppo della vita.
Presso le mura di Ilio, altro nome della città di Troia, si scontrarono due opposte visioni del mondo, due principi cosmici: uno solare e l’altro lunare.

Gli Achei, antenati dei Greci, furono i portavoce di una simbologia olimpica, uranica, solare e maschile. Le divinità principali del loro pantheon erano tutte maschili e loro stessi si ritenevano un popolo di guerrieri. Gli dei degli Achei abitavano sull’Olimpo, un regno immaginario e sopraelevato rispetto al mondo degli uomini mortali. I loro riti di iniziazione comunitari erano basati su cerimonie guerriere e violente. In generale, la loro concezione religiosa collocava il mondo spirituale esterno a quello mortale, quasi irraggiungibile. Una cittadella fortificata espugnabile sono dall’eroe-iniziato che in virtù di gesta epiche avrebbe potuto essere annoverato tra i semi dei, le stelle fisse del cielo. Probabilmente il mito di Ercole incarna al meglio tale idea.

I Troiani, viceversa, erano gli eredi di un culto lunare e tellurico. La leggenda sulle loro origini li identifica come i discendenti di Elettra, una delle sette Pleiadi, ed afferma che la città venne fondata dall’eroe Ilio dopo che egli trovò nelle profondità della terra una grande statua di legno che ritraeva Pallade, altro nome di Atena, Dea della Sapienza. I culti troiani si basavano su una spiccata vocazione sacerdotale e le loro divinità avevano attributi femminili e ctoni, per cui i nemici greci le associarono a Demetra e Venere. Erano scure in quanto associate alla Grande Madre Terra (come nel caso di Iside nell’Antico Egitto o delle Vergini Nere della cristianità). L’attributo scuro (ctonie) si riferisce a qualcosa di ancora non manifestato, custodito nel ventre della terra in attesa di venire alla luce. Il mondo spirituale, pertanto, andava ricercato nel profondo della propria interiorità, al fine di essere riscoperto e portato alla luce.

Dallo scontro di queste due visioni, circa 500 anni dopo, nascerà Roma erede e crogiuolo di entrambe le vie iniziatiche: quella guerriera e quella sacerdotale. I simboli di questa leggendaria nascita lo sottolineano in modo inequivocabile.
Il mito di Enea sottolinea come il Fuoco della Sapienza Arcaica, che aveva abbandonato gli antichi Templi Iniziatici, si trasferì a Roma per essere qui custodito e rinnovato, per poi essere diffuso nel mondo sino all’avvento del Cristianesimo. È il fuoco che Palamidessi nel 3° Quaderno di Archeosofia, “Gli Scopi dell’Ordine Iniziatico Loto+Croce”, definisce discontinuo e ardente simbolo di una tradizione iniziatica che si manifesta, a beneficio dell’evoluzione umana, in epoche e luoghi differenti ritirandosi nel suo epicentro quando i tempi non sono maturi.
Alessandro Benassai, riguardo l’etimologia del nome Enea e del suo ruolo fondamentale per l’apertura di un nuovo ciclo nella storia dell’umanità, così scrive nel testo “Il Tempio dei Misteri”:
Ain-eia, l’Eroe Troiano, fu messo in relazione con Ian-us, l’Esistente, arcaica divinità italica solare (Iuno = Sole) il cui culto si associava a quello di Iana = Luna (Diana). Jano è il governatore dell’inizio (e della fine) delle cose (da Giano=gennaio, il primo mese dell’anno), porta (Iano = Ianua) e guardiano delle porte, e passaggio (ianum), arco (ianus), arcata della porta del tempio. Iano ha per emblema la Chiave con la quale apre e chiude le porte dell’Iniziazione, Ianua Inferi e Ianua Coeli, le Porte Solstiziali: la Porta dell’Uomo e la Porta degli Dei”.

Enea, secondo il mito, portò con sé il Palladio ed il Fuoco Sacro di Troia che vennero poi tramandati ai suoi discendenti. Essi governarono prima la città di Lavinia, poi quella di Alba Longa e infine Roma il cui primo Rex, Romolo, istituì il collegio delle Vestali, le Donne Sacerdotesse Iniziate alla custodia del Sacro Fuoco. Il Tempio delle Vestali, la cui fondazione alcuni miti attribuiscono anche al re Numa Pompilio, aveva una forma circolare, simboleggiante l’Universo e la Madre Terra Ctonia. Nel centro del cerchio era custodito il Fuoco Perenne ed il “cerchio col punto” era, per molte culture (simbolo di Ra presso gli antichi egizi), la rappresentazione della potenza divina (il punto) che si manifesta nell’Universo creato (il cerchio) generando la vita, nonché emblema dell’Oro Alchemico.

Enea fu il ponte tra l’antica tradizione iniziatica, che ormai aveva concluso il suo ciclo, e quella che sarebbe nata dalle sue ceneri. L’eroe troiano abbandona Troia in fiamme unitamente agli amici più fidati, portando sulle sue spalle il padre Anchise e, per mano, il figlioletto Ascanio. Il mitico troiano reca con sé cioè il passato e il futuro. Anchise non arriverà mai a destinazione, morendo nei pressi dell’attuale Trapani. Al pari di Enea e in nello stesso periodo, Ulisse, fautore del celebre inganno che decretò la distruzione di Troia, intraprende anch’egli un viaggio, ma resterà solo e senza amici, esule per dieci lunghissimi anni a causa delle sue azioni e della sua intelligenza maledetta (simbolicamente sulle spiagge di Troia, Laocoonte, l’unico sacerdote e veggente troiano che ha compreso il tranello del cavallo di legno, viene divorato da due serpenti giganti simbolo dell’intelligenza orientata verso il male).

La tradizione riporta che Enea, una volta approdato in Lazio, come segno del favore divino e della madre Venere, rinvenne 30 porcellini figli di una scrofa dal colore bianco immacolato. Il numero 30, i giorni di un mese, è associato al ciclo lunare, così come il colore bianco è simbolo dell’antica tradizione ieratica e lunare. Nel Lazio Enea fonderà Lavinium in onore della moglie Lavinia figlia di Latino, eponimo del popolo che abitava quelle terre (i Latini erano organizzati in una confederazione di 30 città) e da cui Enea ebbe un altro figlio, Silvio Julo.
La parola Lazio deriva dal latino latere che significa “occultare, nascondere”, la terra nera che Virgilio definisce nell’Eneide (poema che narra proprio delle vicende dell’eroe troiano) con il termine di Saturnia Tellus o terra di Saturno. Nelle viscere di questa terra Enea nasconde il Fuoco di Troia, in attesa del futuro parto con la fondazione di Roma. Tale Fuoco è il simbolo della Tradizione Primordiale.  Palamidessi nel 1° quaderno della collana archeosofica, la definisce come “Tradizione universale e primordiale dalla quale sono sgorgate tutte le religioni e di cui le filosofie sono un’espressione minorata e parziale, che esprimono tutto il travaglio dell’umanità per avvicinarsi all’unità religiosa nel corso di migliaia di anni ad oggi. Questa Tradizione è costituita da un insieme di principi permanenti e trascendenti, la cui origine è solo in parte umana, e non sono suscettibili di evoluzione, appunto perché principi permanenti e trascendenti. Questa Tradizione è qualcosa che è stato trasmesso da uno stato anteriore del genere umano al suo stato attuale”.

Ascanio, figlio di Enea e della principessa troiana Creusa, 30 anni dopo (ritorna il numero 30) fondò la città di Alba Longa, dal latino albus che significa “bianco”, colore associato alla luna. Successore di Ascanio fu il fratello Silvio e i Re che governarono Alba Longa e le 30 città della confederazione dei “prischi latini” di cui essa era la capitale, sino alla fondazione di Roma, furono in totale 12.
Il 12, simbolo del ciclo perfetto, è un numero tipicamente solare: 12 sono gli Apostoli attorno a Cristo-Sole di Giustizia, 12 i Cavalieri di Artù, 12 i segni dello zodiaco o case solari, 12 i mesi dell’anno solare.

A premessa della nascita di Roma, Alba Longa appare come la città sacra, il regno dei 12 Re, sulle 30 città della confederazione. Essa è il simbolo di una realtà in cui la via solare e guerriera si è fusa con quella lunare e sacerdotale. Ma una nuova scissione è alle porte quando il Re Numitore (il nome di questo sovrano reca in sé la stessa radice del futuro Re-Sacerdote Numa Pompilio) viene spodestato dal fratello Amulio che fa uccidere tutti i suoi figli maschi e condanna l’unica figlia femmina, Rea Silvia, a prendere i voti come Vestale, in modo da impedirle di generare. Tuttavia, continua la leggenda, il Dio Marte si unisce alla Vestale e da questa unione nascono i gemelli Romolo e Remo. Marte era il dio della guerra mentre Rea Silvia incarna l’ideale sacerdotale. Anche in questo caso, si manifestano un principio guerriero ed uno ieratico, rappresentato dal Sole fecondatore della Terra Vergine. 

Il mito afferma che Amulio, saputo del parto di Rea Silvia, condanna a morte la donna e consegna a un servo i gemelli affinché siano uccisi. I piccoli, grazie alla compassione del servo, vengono abbandonati in una cesta sul fiume Tevere. Successivamente rinvenuti e allattati da una lupa, vengono nutriti da un picchio ai piedi di un albero di fico.

Ripudiare un figlio o un parente era un atto gravissimo all’interno delle antiche società delle popolazioni italiche, e in genere nel mondo antico, dove la famiglia costituiva un vincolo indistruttibile, una realtà sovraordinata a cui le singole coscienze si dovevano subordinare. Romolo e Remo sono il simbolo della nascita di una coscienza rinnovata, capace di individualizzarsi dal mare della storia, in grado di portare sulla terra un nuovo ordine, aprire il ciclo di un nuovo mondo. Al ripudio segue sempre un ordine di morte, si pensi a Mosè, abbandonato anch’egli in una cesta sul fiume Nilo, nel momento in cui l’ordine del faraone era quello di uccidere tutti i figli maschi, oppure a Gesù che l’ordine di morte di Erode non riuscirà a colpire. La condanna a morte è dunque il simbolo della resistenza e dell’opposizione che il vecchio mondo e la personalità oppongono al risveglio della coscienza, all’aspirazione al sacro e alla riscoperta dell’individualità. Ci si trova di fronte a quello che l’esoterismo e la Tradizione Archeosofica, con Palamidessi, definisce come Guardiano della Soglia “una delle più minacciose ed importanti esperienze di chi si cimenta nei lavori iniziatici, che gli antichi Filosofi dell’Ermetismo definirono «Fatiche di Ercole», giusto l’insegnamento esoterico della Mitologia greca”. Per coloro che vogliono approfondire questa tematica consiglio la lettura del testo di Tommaso Palamidessi “I Guardiani delle Soglie e il Cammino Evolutivo”.

Il Fiume Tevere, come il Nilo in Egitto o il Gange in India, e le acque in generale sono un simbolo dell’inconscio, personale e collettivo, dal quale bisogna emergere con forza e coraggio. È infatti necessario vincere, come scrive Palamidessi, quelle “forze oscure del cielo e della terra, talora nascoste nell’inconscio”. Sono anche il simbolo di un passaggio fondamentale per l’inizio di una nuova vita spirituale. Si pensi al battesimo d’acqua che il Cristo inaugura nel fiume Giordano.

Romolo e Remo vengono allattati da una lupa e da un picchio, entrambi animali sacri a Marte, ai piedi di un albero di fico. Questa pianta nell’Antico Testamento e nel Nuovo, presso gli Egiziani e numerosissime altre culture, ebbe un significato ben preciso e fu simbolo della Sapienza Divina. Romolo e Remo crescono all’ombra della Sapienza, della Tradizione Arcaica Primordiale, che in quel momento è tornata a manifestarsi per garantire l’evoluzione dell’umanità.
Romolo e Remo, al pari di Abramo che trionfò sui 7 Re di Edom, dell’avo Enea che sconfisse i Rutuli e di molti altri eroi, dopo aver affrontato una guerra personale e sacra riceveranno un premio. Si tratta del ritorno sul trono del legittimo Re Numitore, emblema del Principio Sacro e Ordinatore.

Presso gli antichi sacerdoti e iniziati della Roma arcaica, il ricchissimo simbolismo della leggenda iniziatica delle gesta di Romolo e del fratello Remo e l’uccisione di quest’ultimo, erano studiati e meditati, applicati nella pratica di un’ascesi sapienziale quotidiana, riservata a pochissimi eletti. L’uccisione di Remo da parte di Romolo, condizione necessaria per la fondazione di Roma ha, tra i vari simbolismi, il significato di auto-superamento, in virtù di un principio spirituale nuovo e superiore rappresentato da Roma.
La leggenda continua, ricchissima di simboli e significati esoterici, come la scelta del luogo e del nome di Roma, l’auspicio dei numeri 6 e 12, la fondazione della Roma quadrata e la scelta del suo Nome Segreto…ma questa è un’altra storia!!

L’ENIGMA DELLE VERGINI NERE – di Evelina Lazzarin

(seconda parte)

Le statue delle Vergini Nere, opere di arte sacra, si rifanno tutte a un unico Archetipo, all’unica Vergine Nera che è portatrice di un preciso messaggio, che può essere trasmesso al pellegrino se si accosta a una di queste statue con la disposizione d’animo corretta.

Se noi confrontiamo le diverse statue, possiamo facilmente trovare diversi punti comuni essenziali, oltre, ovviamente, al colore nero. Questi punti in comune non sono certamente né casuali, né arbitrari.

● Quasi tutte le statue, ad eccezione di pochissime che sono rappresentate dritte in piedi, rispondono al tipo della “Vergine in Maestà”. Questo punto è assai importante per comprendere il messaggio che la statua ci vuole trasmettere, esso corrisponde a un’idea ben precisa della Vergine che rifulgeva nel Medioevo ed era ben diversa da quella, per esempio, che poi possiamo riscontrare nel Rinascimento. Questo tipologia, inoltre, si collega, come poi spiegheremo, al fatto che le statue erano delle statue reliquiari, ossia custodia e supporto di reliquie sante.

● Tutte le statue autentiche che rispondono alla tipologia sacra delle Vergini Nere appaiono tra il X e il XIII secolo, in particolare tra il X e XI secolo; se poi ce ne saranno altre, è come quando si parla dei romanzi del Graal, quelli autentici si riferiscono all’XI-XIII secolo. E’ un periodo relativamente breve che corrisponde al passaggio dal buio del “mille e non più mille” alla rinascita successiva.

●  Nella rappresentazione statuaria della maestà della Vergine, l’accento è posto su Nostra Signora: è Lei che sembra avere un’importanza essenziale, mentre il Cristo sulle sue ginocchia appare in secondo piano. A questo fatto non va attribuito un significato di maggior o minore valore, ma ciò ha un senso che poi scopriremo. In seguito, queste statue saranno ricoperte con abiti cerimoniali, da cui solo la testa del Cristo sarà visibile. Inoltre, si può vedere che il Figlio è meno elaborato, tanto nel corpo, quanto nel viso. Anzi, a proposito del viso, assai raramente sarà quello di un bambino,  assolutamente mai quello di un poppante, come apparirà nel Rinascimento, ma è invece un volto che esprime la pienezza del Cristo, sebbene ancora in qualche modo nascosto, velato, non ancora completo ai nostri occhi.

Si stabilisce un percorso triangolare attraverso la statua: dal meditante alla Vergine, dalla Vergine al Cristo e dal Cristo al meditante. Questo fa pensare alla rappresentazione simbolica dell’uomo che corrisponde all’ipotenusa di un triangolo rettangolo i cui cateti simboleggiano uno il Cielo e l’altro la Terra: l’uomo dipende da entrambi e partecipa di uno e dell’altro. Secondo questa idea, la Vergine è rappresentata come il ponte, il canale che consente la comunicazione tra la Terra e il Cielo e tra l’uomo terreste e l’Uomo Celeste.

● Tutte queste statue sono di legno e mai scolpite nella pietra. Ci possono essere diversi legni usati, ma c’è una certa preferenza per la quercia, l’acacia, o anche per il cedro, quale testimonianza di origine orientale. Nella maggior parte dei casi il colore è apposto incollando al legno delle bandellette di tessuto. Per molto tempo questa fasciatura ha impedito di individuare lo spazio nascosto in cui era collocata la reliquia. Per contro, ha pure consentito una certa forma di conservazione della statua e probabilmente pure di rinnovarne il colore.

● I colori utilizzati sono sempre gli stessi: nero per il viso e le mani, rosso, blu e verde per i vestiti e gli accessori. Ci riferiamo qui ai vestiti scolpiti, non a quelli di tessuto di cui la statua sarà tardivamente rivestita, anche se questi talvolta rispetteranno tali colori fondamentali. In certe statue troviamo un blu-verde mescolato nel vestito. Le restaurazioni successive spesso hanno purtroppo stravolto l’originale.

● Le statue hanno tutte pressappoco le stesse dimensioni. Il loro aspetto naturale richiama un’apparenza piramidale. Le dimensioni non sono grandi: circa 70 cm di altezza su una base quadrata di 30×30 cm.

● Trasmettono tutte l’impressione della fecondità, di un potere datore di vita, tema che ritroviamo spesso nelle leggende di rinascita che sono loro collegate. Quest’idea sembra sia veramente proiettata dalla posizione del Cristo che appare seduto sulle ginocchia della Vergine, e non in braccio come nella statuaria religiosa classica. Il potere di donare la vita è certamente una costante attribuita da tutti i culti pagani all’elemento femminile, tuttavia qui non si tratta di una fecondità naturale, carnale, perché qui l’idea è quella della nuova nascita sul piano spirituale, attuabile grazie all’Incarnazione del Verbo che si fa Uomo grazie alla Vergine.

● Le statue più antiche, quelle di cui è certa l’autenticità, mostrano il Cristo Maestro, in quanto le posizioni delle sue mani, delle dita e tutta la sua apparenza, indicano che Egli ci vuole offrire un insegnamento. E’ quindi ovvio che non sia rappresentato con il viso da bambino. Gli attributi di potere, come il globo terrestre, sono delle aggiunte più recenti. Qualche volta lo stesso Cristo originale è stato sostituito con un altro più conforme al gusto del momento, come a Montserrat. Questa sostituzione frutto d’ignoranza è quasi un sacrilegio perché stravolge il senso del messaggio che la statua ci vuole offrire.

Montserrat

● Tutte le statue sono poste in luoghi di culto precedenti al Cristianesimo: sono situate vicino a una pietra, a una sorgente o a un pozzo sacri per tradizione antichissima. Il luogo, che la leggenda indica come prescelto dalla statua stessa, è quasi sempre un luogo elevato, un altare, una collina, che in origine era indipendente dal centro abitato e che si popola grazie al pellegrinaggio verso il luogo stesso. Certamente si possono trovare riferimenti alla successione del culto della Vergine a quello pagano e antichissimo della Terra Madre o della Dea Madre, perché il Cristianesimo è venuto a completare, non a distruggere, come dice Cristo stesso, quella che era la tradizione precedente. Il riferimento alla “vergine che deve partorire” si ritrova nel Druidismo e anche nella tradizione medio-orientale. Tuttavia se è vero che ci sono delle analogie, è altresì vero che ci sono delle fondamentali differenze, come se è vero che nelle religioni misteriosofiche antiche si parlava della resurrezione del dio patrono del culto e di chi vi si assimilava, simile, ma ben diversa, è la Resurrezione non mitica, ma storica e metastorica, del Verbo incarnato.

● Originariamente queste statue nei santuari erano collocate dentro la cripta, anche se spesso, in seguito, saranno spostate.

● Le leggende sulla nascita del suo santuario e i miracoli attribuiti alla Vergine Nera hanno caratteristiche simili. Tutte le leggende che concernono la nascita del santuario si riferiscono, direttamente o indirettamente, all’Oriente. Questo elemento orientale figura quando si dice che fu costruito per volontà di un sovrano arabo, o di un crociato che Ella aveva salvato da un pericolo mortale, o perché la statua stessa sarebbe giunta dall’Oriente, non scolpita da mano d’uomo ecc.

Per quanto concerne le leggende dei miracoli compiuti dalla statua, essi si possono suddividere in tre principali grandi categorie:

a)il miracolo della resurrezione temporanea di un bambino morto prima di aver ricevuto il Battesimo. Il bambino, presentato alla Vergine, ritornerà in vita per il tempo necessario, ma non di più, a permettergli di ricevere l’unzione del battesimo e quindi di essere lavato dal peccato originale. Il battesimo è la fondamentale iniziazione cristiana e senza di esso si è dannati. Questo miracolo, tipicamente attribuito alla Vergine Nera, fa capire che tramite essa è offerta la possibilità di accedere alla prima e fondamentale purificazione e apertura della coscienza.

b) il tema centrale del secondo gruppo di miracoli è quello della liberazione. La leggenda è praticamente sempre quella di un Crociato, o di un gruppo di Crociati, di un viaggiatore o di un pellegrino, imprigionati in una cella. L’oriente in cui nasce la luce appare ancora qui perché la cella è situata spesso in Egitto, terra delle più antiche iniziazioni conosciute per la nostra civiltà. La prigione può essere rappresentata  tanto come un luogo, quanto come una situazione interiore di angoscia da cui non si può essere liberati se non con un intervento “esterno” inaspettato, ma sperato. Sicuramente  questa prigione è l’emblema di quello che è l’uomo immerso nel quotidiano di una vita materiale ed effimera. L’angoscia è il sentimento del suo essere interiore, se appena questo non è del tutto morto, perché è inaccettabile per la vera natura dell’uomo, che è spirituale, immergersi nei limiti di una vita fasulla, che più che altro è sopravvivenza. L’angoscia traduce l’idea di una “mancanza”: l’uomo ordinario può anche avere tutto, casa, lavoro, moglie, amante, figli, denaro, macchina, ma non ha niente, in un attimo nulla di questo resta.

La presenza di un travaglio è comunque indice che la coscienza non è talmente immersa nel mondo sì da esserne annientata e quindi c’è anche la speranza, la speranza di una salvezza, di una completezza ancora non risolta. La liberazione corrisponde alla presa di coscienza di una Realtà diversa, è come un risveglio per cui le cose di prima non sono più, come quando uno dorme, sogna, ha l’incubo, ma si sveglia e se ne accorge, si accorge che non era vero. E’ però necessario un intervento, perché da soli è difficile, se non impossibile, svegliarsi.

Infatti, come se l’immagine del caos e dell’oscurità che è associata alla prigionia non fosse sufficiente, il prigioniero è sovente immerso in un sonno profondo, simile a una temporanea morte. Nella leggende del miracolo della liberazione, la Vergine Nera appare circonfusa da una Luce vivissima percettibile solo al prigioniero. Ricorre immediato il raffronto con molte apparizioni del Graal, in particolare quella a Giuseppe d’Arimatea (in Robert de Boron) prigioniero in una torre, dopo che Cristo è risorto e lui è stato incolpato della sparizione del suo corpo.

L’intervento salvifico, frutto della Speranza, è la grazia divina, la grazia del Padre che nel Supersacramento del Graal scende sull’Iniziato e lo irrora, ma evidentemente a esso si accede grazie all’apertura della Porta stretta che avviene tramite la Vergine Nera. La Vergine ha in sé la Luce, la Luce che è la vita degli uomini e alla quale possiamo accede unicamente se rinasciamo da acqua e da spirito, se, in certo qual modo, rientriamo nel ventre della Madre.

Questo chiedeva Niccodemo al Cristo, tuttavia si tratta di rientrare non nel ventre della madre terra, della  madre natura decaduta, degenerata, – fatto  che comunque avviene quando si muore “naturalmente” – bensì in quello della Madre Celeste, pura e radiosa sin dal principio e sino alla fine. Il prigioniero, o morto che dire si voglia, una volta liberato dall’intervento salvifico, ritrova la Luce e la vita e diviene strumento nel mondo dell’azione della Vergine Nera, tramite la costruzione di un santuario a lei dedicato. Questo è il nucleo della leggenda, che può presentarsi con varie varianti, ma che trasmette sempre l’idea del passaggio dalle tenebre, dalla morte, alla luce e alla vita, passaggio realizzabile per l’intermediazione della Vergine Nera.

c) il terzo gruppo corrisponde alla storia di un navigatore in pericolo nel mezzo di una tempesta: si ritroverà sano e salvo approdando al porto della salvezza, trasportato magicamente da un luogo all’altro, dopo aver invocato l’assistenza della Vergine Nera. La Vergine invocata non deve necessariamente corrispondere a quella di un santuario in riva al mare. Talvolta si trova addirittura sul monte, come a Rocamadour. La tempesta è simbolo analogo a quello della prigionia e dell’angoscia mortale, rappresenta la coscienza in balia dell’oscurità dell’inconscio personale e collettivo, in preda alla schiavitù delle passioni e dell’emotività: non si soccombe alla tempesta del caos solo se ci si butta nel grembo della Vergine per ritrovare lì la nostra origine, il punto inizio, il vero Archetipo trasmutatore assimilandoci al quale, unicamente, è possibile superare la malattia, la morte, la corruzione che è insita nell’umanità decaduta.

Accanto a questi tre gruppi principali, si trovano miracoli di natura simile, ma più specifica, propri di uno o l’altro santuario. In questi racconti si può ravvisare la fusione di tradizioni locali con l’insegnamento collegato alla Vergine Nera. Questi miracoli concernono per esempio la parola restituita a un muto, l’udito riacquisito a un sordo, la vista resa al cieco, la mobilità restituita al paralitico ecc. Sono miracoli che corrispondono al ritrovamento di un senso perduto, la restituzione all’umanità di una sua integrità e realtà persi. Evocano le parole del Vangelo di Marco 8,18,  dove si parla di occhi che non possono vedere e orecchie che non possono intendere.

● Nella storia del santuario compare sempre la presenza di Benedettini, Circestensi, Ospitalieri o Templari e, in pratica, essi sono collocati lungo le strade dei grandi pellegrinaggi. Il ruolo degli ordini monastici fu assai importante per la rinascita dopo il Mille e la loro presenza non sorprende. In particolare, ricordiamo come San Bernardo, il fondatore della regola dei Templari, sia particolarmente devoto alla Vergine alla quale riserva attenzione speciale, tanto che Dante, nella Divina Commedia, lo pone quale intermediario tra lui e la Vergine, grazie alle cui preghiere finalmente potrà avere la visione di Dio.

Ricordiamo poi come il Gran Maestro dell’Ordine del Tempio e il Siniscalco, Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, domandarono solo di morire con il volto rivolto alla Vergine.  La presenza dei Templari è indice di una particolare cavalleria tipica del monaco-guerriero che combatte la “guerra santa”, che è un vero e proprio metodo ascetico con il quale è possibile giungere alle più alte vette spirituali, alla rivelazione cui ci introduce la Vergine Nera. Questo tema è ancora e similmente tipico dei romanzi del Graal.

La maggior parte delle Vergini romaniche del X-XIII secolo sono delle Vergini assise  del tipo detto in maestà. In quest’epoca la Vergine era guardata, tanto dallo spirito popolare, come da quello monastico, soprattutto come la Madre di Dio (dogma del Concilio di Efeso – 431 – in  cui furono anche fissati i parametri iconografici per la rappresentazione della Vergine) e soprattutto come il Trono della Saggezza”, espressione sovente usata da San Bernardo nelle sue opere mariane. E’ Lei che porta sulle sue ginocchia il Re del Mondo, la sorgente e l’origine di tutte le cose e dunque Ella è il Trono vivente della Saggezza e porta sulle sue ginocchia la Saggezza stessa.

Le rappresentazioni della Vergine in maestà procedono tutte da uno stesso tipo in cui si palesa la duplice funzione di Nostra Signora, quella di portare sulle sue ginocchia il Dio incarnato che darà alla luce nel mondo e  quella di presentarLo nella sua gloria al contemplante.
La Vergine accoglie lo Spirito santo e suo tramite concepisce il Verbo nel mondo: Madre del Vivente, Ella diviene ugualmente Madre dei viventi.
Le Vergini Nere, soprattutto se guardiamo a quelle originali, corrispondono in tutti i punti al canone della rappresentazione mariana risultante dal Concilio di Efeso, con una sola eccezione evidente che le fa divergere da esso, il  loro colore, cioè  il colore nero.
I legni usati possono essere diversi e, come già detto, compare spesso la quercia o il cedro, ma anche l’acacia. Secondo alcune testimonianze storiche, la statua originale di Notre-Dame du Puy era fatta di legno di acacia, il legno con il quale, secondo la tradizione, era fatta l’arca dell’alleanza e pure la Croce. E’ un legno simbolico e il suo nome ebraico SHITTA è numericamente equivalente al Nome di Dio SHADDAI = Onnipotente e al Nome dell’Angelo METATRON, cioè 314 che è anche il numero segreto dei Costruttori che ritroviamo scolpito nel portale della Cattedrale di Strasburgo. Ma tutto questo ci porterebbe troppo lontano.

Purtroppo molte delle statue originali sono sparite e sono state sostituite con altre che, se rispettano la forma e l’apparenza in generale, non sono identiche in molti importanti particolari, come per esempio il materiale di cui erano fatte.
Il legno è comunque universalmente simbolo della materia e alchemicamente della materia prima, che, plasmata dall’artefice, riceve diverse forme e, animata, diviene viva.
La Vergine assisa in maestà, che tiene sulle ginocchia il Cristo, corrisponde a un tipo che ritroviamo pure su numerosi timpani d’importanti cattedrali, come a Notre Dame di Parigi, a Reims, a Marsilia ecc.. La Vergine in maestà trasmette l’idea di “forza”, di “potenza”, aspetto che possiamo cogliere sia nella posizione regale, faraonica, dritta della Vergine, sia nello sguardo (suo e del Figlio) fermo, penetrante, che è rivolto a un imprecisato punto innanzi a sé, quasi a un’altra dimensione.  Questo tipo di Vergine riflette una volontà ben precisa che si  traduce in questa forma particolare e che corrisponde alla volontà di una trasmissione di tipo spirituale di una forza trasmutatrice, cui è connesso un insegnamento, una precisa conoscenza.

Il colore nero del viso della Vergine è rapportabile al senso superiore del simbolo dello stato originale non-manifesto: la testa, il capo, rappresentano la sommità e il principio che, in questo caso, essendo nero, è non manifesto. E’ il “nulla” della Genesi, che non è da intendersi come un niente privativo, ma come uno stato potenziale dell’Essere ancora non manifesto, in certo modo il grembo che contiene tutte le infinite e  possibili manifestazioni dell’Essere. Questo “nulla” è  potenzialmente “tutto” al momento in cui l’Essere si  manifesta, e diviene la matrice di ogni possibile manifestazione. Il volto nero è dunque simbolo di totalità, di pienezza, di quella realizzazione che è lo scopo della ricerca.
Il nero è collegabile all’idea di invisibilità, cioè di ciò che non ha forma e non può dunque essere visto con i sensi ordinari, di uno stato informale, assoluto, spirituale, di un velo che nasconde la centralità del vero Essere, il luogo in cui si risolvono i contrari, non suscettibile a essere afferrato da raziocinanti elucubrazioni. L’antico impero cinese era chiamato l’Impero del Centro e il suo popolo era detto  il “popolo nero”, come del resto gli Egiziani e i Caldei  in numerosi testi sono chiamati “teste nere”.
Per giungere agli stati superiori informali dell’Essere, e dunque a scorgere quello che è oltre il velo, per scorgere la Verità nascosta che al momento in cui appare rifulge di una Luce superiore a qualsiasi immaginazione, il ricercatore deve prima affrontare e vincere le tenebre inferiori, appunto gli stati formali della sua coscienza, superare qualsiasi pregiudizio e forma preconcetta e precostituita, riuscire a giungere all’azzeramento di se stesso, ad affrontare l’esperienza della morte cosciente, da vivo.

Questo si rappresenta nelle diverse tradizioni come la discesa agli Inferi, la discesa nel più profondo di se stessi, nelle tenebre più nere e fitte dell’inconscio denso di tranelli, ostacoli e resistenze, proprio perché non è conscio, è la parte sconosciuta e oscura dell’Essere. Solo la perfetta, onesta e radicale conoscenza di se stessi consente un dominio, fa essere re di se stessi, di tutti gli elementi, emozioni, pensieri, passioni, istinti, che, se non sono dominati, ci dominano. Per fare ciò occorre un ardire cavalleresco, una guerra santa perché è un combattimento in vista del raggiungimento di un Ideale elevatissimo, non ha uno scopo personale. E quando si è giunti alla dignità regale, non è sufficiente, perché è lì che si vede se uno ha la stoffa: prima non era niente e nessuno, era uno schiavo, schiavo del mondo ordinario, schiavo delle circostanze; ora invece ha una dignità regale, può sentirsi qualcuno, e deve quindi sacrificare questo “qualcuno”, ma non tutti ci riescono, non è da tutti. Tuttavia, se non si fa quest’ulteriore passo, si è tagliati fuori, si perde tutto.
Infatti, finché c’è “qualcuno”, per quanto questo qualcuno sia perfetto, un Angelo, che meglio non si potrebbe, finché c’è un altro, è certo che non c’è Dio.

L’ENIGMA DELLE VERGINI NERE – di Evelina Lazzarin

(Prima Parte)

Ci sono molte Madonne nere in Francia come in Europa occidentale che, oggetto di venerazione e di pellegrinaggi, non hanno mai mancato di incuriosire per il loro colore e per il mistero che circonda le loro origini. Può apparire strano che la Regina degli Angeli, l’Immacolata, la Madre del Sole di Giustizia possa essere stata rappresentata con un viso nero, con le mani nere, reggente sulle ginocchia il Figlio, pure dello stesso colore. Certamente il volto nero appare contrario ai canoni classici di rappresentazione della Vergine, senza considerare che con questa rappresentazione la Regina della Luce trova la sua collocazione originaria nel luogo più oscuro del Tempio: la cripta.

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IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

Terza Parte

IL LUPO SOTTO LA VESTE DELL’AGNELLO

Leggiamo alcuni passi del decreto di arresto:
«Filippo, per grazia di Dio re di Francia […] Una cosa amara, una cosa deplorevole, una cosa sicuramente orribile da pensarsi, terribile da sentire, un crimine detestabile, un misfatto esecrabile, un atto abominevole, un’infamia oltraggiosa, una cosa del tutto disumana, ancora di più, estranea ad ogni forma di umanità, è pervenuta alle nostre orecchie, grazie ai rapporti di parecchie persone degne di fede, non senza colpirci di un grande stupore e farci fremere di un violento orrore […]

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IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

(Seconda Parte)

LA MACCHINA DEL FANGO

Comunque siano andate le cose a questo riguardo, è certo che il “clima” intorno al Tempio si era fatto tempestoso, tanto che, nell’estate del 1306, in risposta alla convocazione del pontefice che lo vuole alla sua presenza, insieme al maestro dell’Ospedale Folques de Villaret, per discutere di nuovo dell’unificazione degli ordini e della futura crociata, Jacque de Molay scrive al papa, chiedendo che apra un’inchiesta sullo stato del Tempio e ponga fine alle mormorazioni. Clemente V gli richiede di portargli la regola templare perché la possa leggere; dopo la morte del papa nel 1314, due copie della regola furono trovate sul suo comodino.

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TEMPLARI: ritualità e tradizioni – di Ettore Vellutini

A quali riti venivano sottoposti coloro che decidevano di unirsi all’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo? Che significato e valore avevano questi riti tradizionali per coloro che avevano deciso di votare la propria vita ad un ideale spirituale che li avrebbe portati a combattere ai confini del mondo in difesa della propria fede?

In tutte le tradizioni religiose ed in tutte le organizzazioni a carattere o con finalità spirituali, possiamo trovare fondamentalmente quattro tipi di riti: i riti di nascita, i riti iniziatici e di passaggio, i riti matrimoniali e i riti funerari.

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IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

 Dalla fama all’infamia – Da Gerusalemme ai roghi       

I Templari furono distrutti. Il loro ultimo Gran Maestro fu sacrificato sul rogo, molti suoi confratelli subirono lo stesso supplizio, moltissimi furono torturati e incarcerati in condizioni durissime. Anche se alla fine l’Ordine non fu condannato ma soppresso per decisione del pontefice, e i singoli cavalieri del Tempio, quelli sopravvissuti a sette anni di calvario, furono nella grandissima maggioranza riconosciuti innocenti, l’obbiettivo di questa complessa macchinazione era stato raggiunto: i Templari furono distrutti.

Quali armi furono usate per ottenere lo scopo voluto? Chi lo perseguì a tutti i costi? Il risultato fu raggiunto, come vedremo, nonostante i molti ostacoli giuridici e la completa mistificazione della verità, grazie all’uso pianificato e “intelligente” di due mezzi subdoli: la calunnia e la diffamazione.

LA CAVALLERIA DI CRISTO

L’Ordine dei “Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone” – questo è il nome ufficiale dei Templari che si legge nella loro regola –, il primo Ordine religioso e militare della cristianità latina, nel 1307, al tempo dell’arresto in Francia, aveva quasi 180 anni di vita.

Solo qualche breve accenno permetterà di ricordarne i tratti essenziali della nascita, della vocazione e della storia.
I Templari erano cavalieri laici. Erano monaci (non preti, anche se vi erano preti all’interno dell’Ordine che svolgevano le funzioni di quelli che oggi chiameremmo “cappellani militari”), perché al momento del loro ingresso nella “Casa” pronunciavano i tre voti monastici previsti da San Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale: povertà, castità e obbedienza. Ed erano, come abbiamo detto, cavalieri; dovevano esserlo di famiglia ed essere già stati nominati e investiti come tali, prima di entrare nel Tempio. Appartenevano quindi, per sangue, a una delle tre classi in cui era rigidamente divisa la società medievale, quella nobile dei bellatores, i combattenti, i guerrieri; e per vocazione, una vocazione religiosa e comunitaria, ad un’altra, quella degli oratores, i più vicini a Dio, coloro che pregano per sé e per i tutti i membri delle altre due classi. In un certo modo questa doppia natura dell’Ordine, un’assoluta novità, tentava di risolvere, e lo fece in pratica, l’arcaica antinomia fra guerriero e sacerdote che sembra esistere fin dalle origini della civiltà indoeuropea.
Bernardo di Chiaravalle, già cavaliere e ora abate, che fu l’ispiratore della Regola del Tempio e “l’organizzatore” del concilio di Troyes del 1129, che sancì ufficialmente l’ordine come organismo della Chiesa, nel Libro ai cavalieri del Tempio in lode della nuova cavalleria (Liber ad milites templi de laude novae militiae), dette le basi teologiche alla figura, assolutamente inusitata, del monaco-cavaliere, ponendo la santità come unico fine della sua vita e delle sue azioni.

Ma i Templari, al loro esordio, furono ancora più rivoluzionari.
È giunta fino a noi, conservata insieme ad uno dei manoscritti della Regola, quello della Bibliothèque Municipale de Nimes, la lettera che magister Hugo peccator (molto probabilmente Hugues de Payns, il fondatore dei Templari e loro primo maestro), indirizzò ai suoi confratelli, rimasti a Gerusalemme mentre egli si trovava in Europa.[1]

In questo scritto viene ricordata la metafora del corpo umano per illustrare la tripartizione sociale: la testa corrisponde ai chierici, cioè i religiosi, le braccia raffigurano i combattenti, mentre le gambe e i piedi sono i laboratores, i lavoratori. I commentatori contemporanei, in primis San Bernardo, ci dicono che i Templari sono sia religiosi che guerrieri, ma Hugo va oltre: la posizione dei Templari è quella dei piedi, «i piedi toccano la terra ma portano la responsabilità di tutto il corpo», scrive. I Templari sono innanzitutto dei lavoratori come lo fu il Cristo, scrive sempre Hugo. Essere cavalieri è il loro lavoro. Essere monaci è la loro vocazione. Come non ricordare l’Ora et labora della regola benedettina?

Il primo maestro del Tempio chiede ai suoi confratelli di spogliarsi del prestigio sociale della cavalleria e di abbracciare la parte più umile della società. La scelta laica dei Templari e la scelta di essere “poveri” fra i laici è il completamento della novità rivoluzionaria dell’ordine dei “poveri compagni di battaglia di Cristo e del Tempio di Salomone”. In questo i Templari precorrono e in certo modo preparano la strada a chi con “Madonna Povertà” si volle sposare: Francesco d’Assisi.[2]

Come ho scritto sopra, non c’è qui lo spazio per ricordare per esteso la storia del Tempio: la grande attrazione che suscitò, le vocazioni e donazioni in gran numero; le gesta eroiche dei suoi cavalieri in battaglia, spesso coronate dal martirio; l’incontro fecondo con le diverse antiche cristianità d’Oriente, greca, armena e siriaca, fonte di ispirazione spirituale, devozionale, liturgica e anche architettonica (a loro si deve l’importazione dall’Oriente delle prime forme del gotico);

l’incontro/scontro con l’Islam, un’altra grande religione monoteista, che condusse i Templari alla comprensione dell’esistenza di una unica Tradizione arcaica che fu simboleggiata dal Santo Graal[3], – la sacra coppa in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue e l’acqua che sgorgavano dal costato squarciato di Gesù Cristo – di cui Wolfram Von Eschenbach, nel suo Parsifal, all’inizio del XIII secolo, designa i cavalieri del Tempio come custodi; la loro riconosciuta capacità di distinguere le reliquie vere dalle false; la probità e l’onestà che li rese affidabili, in quanto integerrimi, anche nelle operazioni economiche e “bancarie”, tanto da essere incaricati della custodia di numerosi “tesori” delle corone europee, non ultima quella di Francia. Tutto questo, seppure dopo quasi due secoli, e un certo grado di quella che gli studiosi definiscono “secolarizzazione”, era ancora vivo nel Tempio agli inizi del XIV secolo, e le deposizioni dei Templari durante il processo ne daranno ampia testimonianza.

LE RAGIONI DELLA FOLLIA

E allora perché si volle distruggere i Templari?

Sui motivi, mi limiterò a ricordare che gli studi più recenti pongono in secondo piano quella che per molti contemporanei ai fatti, ad esempio Dante Alighieri, fu la causa principale, ossia la cupidigia del re di Francia, Filippo IV il Bello. È senz’altro vero che la situazione finanziaria del regno di Francia era in una profonda crisi: solo pochi mesi prima, nel gennaio 1307, il re si era dovuto rifugiare al Tempio di Parigi, per sfuggire alla sommossa popolare che aveva preso d’assalto il palazzo reale per protestare contro «l’argento nero», cioè la diminuzione del valore reale della moneta. Quindi il re avrebbe potuto beneficiare della confisca dei numerosi beni del Tempio, mobili e immobili, come aveva già fatto con altri gruppi: gli ebrei nel 1306 e i banchieri e mercanti italiani detti “Lombardi”; o, ancora prima, pretendendo di tassare il clero, che era per definizione esente, anzi semmai riscuoteva le decime per la Chiesa.

Ricercando dunque, oltre alla cupidigia materiale, altre intenzioni e motivazioni dei distruttori dei Templari, dobbiamo ricordare i retroscena di quel periodo: la perdita di Acri, l’ultima capitale della Terrasanta crociata, nel 1291, dopo un durissimo assedio nel quale morì combattendo anche il 21° gran maestro del Tempio, Guillaume de Beaujeu, imponeva di ripensare e riorganizzare su nuove basi e con uno slancio potente almeno quanto quello iniziale, l’auspicata riconquista di Gerusalemme.

Non bastavano tentativi come l’avventura di Ruad, isolotto davanti alla costa siriana, tenuto dai Templari fino all’ultimo, nella vana attesa dell’arrivo degli alleati mongoli. Il «recupero della Terrasanta» divenne un tema ripetuto di molti libri, scritti e proposte, con riunioni e concili nei quali spesso si prospettava l’unificazione degli ordini militari (Templari e Ospitalieri prima di tutto) in un solo e unico ordine riformato (aveva anche già un nome, ordine dello Spirito Santo), a capo del quale però Filippo il Bello aspirava a mettere sé stesso o un altro membro della dinastia reale capetingia, erede di San Luigi IX, suo nonno.

Il rifiuto di Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro, di unire il Tempio con l’Ospedale, dovette intralciare moltissimo il progetto della corona. D’altra parte il maestro dei Templari aveva scritto al papa che, fra i vari motivi che sconsigliavano l’unificazione, vi era proprio quello che, se si fosse seguito il desiderio del re di Francia, il nuovo ordine avrebbe assunto delle caratteristiche di ordine religioso e militare sì, ma in pratica asservito agli interessi di una singola nazione, con il rischio che fosse usato per altri scopi; non quelli del recupero della Terrasanta, ma, per esempio, la conquista dell’Armenia cristiana, che era nelle mire della Francia, oppure Costantinopoli, per restaurarvi di nuovo un imperatore latino al posto dell’imperatore bizantino che l’aveva riconquistata ai Franchi nel 1261; fra l’altro il fratello del re, Carlo di Valois, grazie al suo matrimonio con Caterina de Courtenay, poteva vantare diritti ereditari sul trono dell’Impero d’Oriente.

Anche per questi motivi, come scrive Alain Demurger, l’esistenza stessa di un ordine religioso militare internazionale, diffuso e radicato in molti Paesi, ma privo di un suo territorio sovrano – anche a Cipro, nuovo quartier generale del Tempio dopo la caduta di Acri, l’ordine era “ospite” della corona dell’isola – costituiva un «corpo estraneo» mal digerito dai nascenti Stati nazionali e in particolare appunto dal più potente fra essi, la Francia, dove il Tempio era stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa nel 1129 e dove era più organizzato e diffuso capillarmente.[4]  

Se il re di Francia aveva osato inviare ad Anagni i suoi scherani, guidati da Guillaume de Nogaret, ad imprigionare e fare violenza perfino al papa Bonifacio VIII, allo scopo di impedire la pubblicazione della sua scomunica; e anche con l’intenzione di mostrare tutta la forza e l’ira della corona di Francia al pontefice che aveva osato scrivere nella bolla Unam Sanctam che il papa, in quanto vicario di Cristo era il superiore di tutti i sovrani della Terra; se Filippo, ancora adesso, a distanza di anni, minacciava di far riesumare il cadavere di quel papa, per farlo bruciare come simoniaco, mago nero ed eretico, è facile capire quale livello di furore fanatico avesse raggiunto la corona di Francia, dove, grazie all’attività di fedeli giuristi della corte, come Pietro Dubois e Guglielmo di Nogaret, era stata appena formulata la dottrina del «regalismo»[5], basata sul principio del Rex superiorem non recognoscit, et imperator est rex in territorio suo. Secondo questo principio infatti si negavano i diritti di alcune entità fino ad allora riconosciute come universali e quindi superiori agli stessi sovrani, cioè l’imperatore e il papa.

“[…] Julien Théry vede nel sovrano che processa il Tempio la volontà di affermazione di un nuovo ruolo per la monarchia capetingia: la volontà di «pontificalizzazione» del re, ovvero, direi, di sostituzione, entro i confini del proprio regno, della funzione del papa. Il re di Francia, unto da Dio e stirpe di un re santo, è vicario di Gesù Cristo e «ministro di Dio»[6] e, in quanto tale, ha il dovere di perseguire l’eresia, delitto contro la fede e crimine di lesa maestà.”[7] Filippo ha accusato di eresia nel 1301 il vescovo di Pamiers Bernard Saisset[8], pochi anni dopo incolpa il vescovo Guichard di Troyes, innocente, di satanismo, sputo sulla croce, omicidio, sodomia, eresia, usura.[9], rinnova le sue accuse contro Papa Bonifacio VIII, da vivo e da morto, e infine osa l’inosabile: accusa di eresia un intero ordine religioso.

Filippo il Bello dunque “vuole l’annientamento fisico e culturale di un’intera comunità religiosa. Secondo il monarca e i suoi consiglieri, in particolare i suoi cavalieri Guillaume de Nogaret e Guillaume de Plaisians, i cavalieri del Tempio non devono più esistere, vanno cancellati dalla faccia della terra, sterminati, corpo e anima. Ciò che accadde ai templari nell’arco di sette anni, dal 1307 al 1314, potrebbe essere definito dal termine «genocidio», che secondo l’ONU indica «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso»”.[10]

I Templari sono indipendenti, esenti dalla giurisdizione civile ed ecclesiastica, dipendono solo dal papa. I Templari sono religiosi ma laici, ed il loro capo, liberamente eletto dai suoi confratelli, agisce come un sovrano[11]. I Templari sono una cavalleria sacra, pronta alla riconquista della Gerusalemme terrena per far scendere sulla Terra la Gerusalemme Celeste e schierarsi come milizia del Cristo glorioso. I Templari hanno fama di santità e l’hanno ripetutamente testimoniata col sangue. I Templari fanno ombra al re. I Templari dunque devono essere distrutti.

Ma come?

DALLA FAMA ALL’INFAMIA

La prima cosa da fare è rovesciare la buona fama con l’infamia. Fu organizzato un “team” di esperti che potesse pianificare l’attacco. La squadra comprendeva in primo luogo Guillaume de Nogaret, giurista – peraltro ancora scomunicato per lo “schiaffo di Anagni” con la bolla di papa Benedetto XI Flagitiosum scelus, che lo qualifica come uno dei «figli della perdizione, primogeniti di Satana e figli del male»[12]-, nominato guardasigilli, ossia cancelliere del regno, venti giorni prima dell’arresto dei Templari;[13] Guillaume de Plaisans, giurista, membro del Consiglio Reale, uno dei principali estensori della dottrina del «regalismo»; Enguerrand de Marigny, «guardiano del tesoro», cioè ministro delle finanze del regno, e braccio destro del re. Accanto a questi protagonisti principali agiscono altri personaggi: fra questi, ad esempio, Amisse d’Orleans, detto “Le Retif”, notaio reale, sempre presente alle udienze dei vari processi e Pierre Dubois, avvocato reale, considerato estremista del «regalismo» perfino a corte, autore di vari libelli sull’argomento; gli è attribuito per esempio il Quaedam proposita papae a rege super facto Templariorum, una bozza di epistola che si suppone essere indirizzata a papa Clemente V da Filippo il Bello. Questo fu seguito da altri opuscoli con lo stesso tono, in uno dei quali propose che dovesse essere fondato un regno per il Delfino, basato sulle proprietà dei Templari in Oriente.[14]

Ma l’asso nella manica era l’Inquisitore di Francia, Guillame Humbert o Ymbert, conosciuto come Guillaume de Paris, domenicano, che si trovava dal 1305, per scelta del re, nella posizione privilegiata di suo confessore personale. Era colui che poteva in ogni caso assolverlo in base al principio del “male necessario per il bene della fede e dello Stato”, e, soprattutto, era il grimaldello per forzare la porta del Tempio.

FUORIUSCITI, RINNEGATI, SPIE E TRADITORI

“La strategia ai danni dei Templari era stata preparata segretamente dagli avvocati della Corona francese con un lavoro addirittura annoso, pianificata e portata avanti con costanza, compiendo un passo alla volta”.[15]

“In un momento imprecisato, che tuttavia deve porsi necessariamente diversi anni prima dell’innesco del processo, dodici spie furono fatte entrare segretamente all’interno del Tempio. Erano uomini al soldo della cerchia reale, che si comportarono in tutto come gli altri confratelli, salvo che nella fedeltà all’istituzione: provvidero infatti a osservare, annotare e riferire ogni tipo di comportamento che in qualche modo potesse essere ricondotto a un reato contro la fede”[16]: «Il re comandò che in diverse regioni del suo regno dodici persone entrassero nell’ordine e, fatto tutto quello che dicevano loro di fare, ne uscissero. I predetti testimoniano che tutte queste cose [accuse] sono vere. Molti infatti che ne hanno parlato con loro lo hanno testimoniato».[17]

Conosciamo anche i nomi di alcuni di questi personaggi. Il più famoso è Esquieu de Floyran che secondo Amaury Augier, autore di una Vita di Clemente V, [18] sarebbe finito in prigione[19] e avrebbe condiviso la cella con un Templare rinnegato: le informazioni che costui gli avrebbe passato circa i crimini e le eresie dell’ordine, gli sarebbero valse la fine della prigionia e l’ingresso nell’entourage del re. Esquieu era il priore dell’abbazia di Montfaucon; nel 1305 si recò a Lérida da re Giacomo II d’Aragona per vendergli le informazioni sui delitti del Tempio. Il re non gli credette, ma gli promise una ricompensa, se fosse stato in grado di provare quanto affermava. Esquieu infatti, gli scriverà il 28 gennaio 1308 per richiedere il denaro promesso, ora che le colpe dei Templari erano dimostrate dalle confessioni.[20] Ma, subito dopo l’incontro infruttuoso con il re di Aragona, si era rivolto a Filippo il Bello, che quindi già nel 1305 aprì un dossier sui Templari affidandolo a Guillaume de Nogaret. In cambio della delazione Esquieu ricevette i beni del Tempio di Montricoux, il titolo di nobiluomo e di valletto del re. Ma, dopo la morte di Filippo, la sua fortuna diminuì e, nel 1322, fu spogliato del titolo e dei beni.

Altri tre nomi li conosciamo da un biglietto che Ponsard de Gizy, commendatore templare di Payns (il luogo di origine del primo maestro del Tempio, Hugues), indirizza alla commissione d’inchiesta pontificia il 27 novembre 1309[21]: oltre a Esquieu de Floyran, Ponsard denuncia i traditori (trytour) Guillaume Robert, monaco di Saint-Martin de Bergerac, uno dei torturatori dei Templari; Bernard Pelet, priore del Mas d’Agen, consigliere del re d’Inghilterra Edoardo II; e il cavaliere Gérard de Boysol, precettore di Andrivaux nel Périgord, che dichiara di aver rivelato per primo i segreti del Tempio e quindi di essere stato minacciato.

Non conosciamo i nomi delle altre otto spie ma sappiamo che qualche notizia del dossier cominciò a diffondersi, o fu fatta trapelare ad arte, cosicché inizio a crearsi, a partire dal 1305, un clima di sotterfugi, maldicenze, pettegolezzi e chiacchiere sull’ordine del Tempio. Pare che lo stesso Filippo, in occasione dell’insediamento di papa Clemente V, il 14 novembre 1305 a Lione, avesse insinuato all’orecchio del pontefice le prime accuse contro i Templari.

La cerimonia, fra l’altro, fu funestata da un incidente gravissimo che fu interpretato dal popolo come un cattivo presagio. Il tesoro di Benedetto XI, predecessore di Clemente, era rimasto a Perugia, ma il papa poté servirsi del prezioso triregno di Bonifacio VIII. Mentre il corteo passava per le vie della città, il crollo di un muro investì e causò la morte di dodici illustri personaggi, tra i quali il duca di Bretagna, Giovanni II, che teneva le briglie della mula del papa. Anche il papa venne sbalzato a terra dalla sua cavalcatura. Nell’incidente venne smarrito l’enorme prezioso rubino che adornava la tiara.

Torniamo alle prime accuse. Scrive Clemente V nella bolla di soppressione del Tempio Vox in excelso del 22 marzo 1312, dopo aver narrato delle informazioni ricevute dal re:
“Tuttavia l’infamia contro i templari stessi e il loro ordine a proposito dei crimini sopra esposti cresceva sempre più, anche perché un cavaliere dell’alta nobiltà dello stesso ordine, la cui opinione non era ritenuta di poco conto nel detto ordine, alla nostra presenza, in segreto dopo aver giurato, testimoniò che lui stesso durante la cerimonia del suo ingresso nell’ordine, accogliendo il suggerimento di chi lo riceveva, alla presenza di vari altri cavalieri della cavalleria del Tempio negò Cristo e sputò sulla croce che gli era stata mostrata da chi lo riceveva”. Il testo prosegue con il racconto del testimone che accusa direttamente il gran maestro del Tempio Jacques de Molay, dichiarando di averlo visto con i propri occhi ricevere un nuovo cavaliere nell’ordine con queste modalità, in un capitolo tenutosi a Cipro di fronte a più di duecento confratelli cavalieri.

È importante, perché qui vediamo apparire per la prima volta quella che sarà l’accusa più importante rivolta ai Templari. Ma chi era questo misterioso e anonimo altolocato Templare che denunciò la blasfemia del Tempio al papa? Era davvero esistito? Gli studiosi hanno approfondito molte possibili soluzioni a questo quesito. Barbara Frale fa l’ipotesi che si trattasse di Hugues de Pairaud, il visitatore di Francia, in pratica il secondo in comando dell’ordine del Tempio.[22] Simonetta Cerrini, di cui condivido il parere, lo esclude e con una puntuale ricerca sui quattro dignitari del Tempio, la cui sorte, oltre a quella del gran maestro, il pontefice riservò al suo unico e personale giudizio (Hugues de Pairaud, visitatore di Francia, Germania e Inghilterra; Geoffroy de Charny, maestro di Normandia; Raimbaud de Caromb, gran commendatore d’Oltremare; e Geoffroy de Gonneville, maestro di Aquitania e Poitou) indica negli ultimi due e in particolare in Geoffroy de Gonneville il principale indiziato: “Geoffroy de Gonneville, nobile di alto lignaggio, che aveva facilmente accesso al papa in quanto maestro del Tempio in Aquitania e Poitou [il papa risiedeva con la curia a Poitiers], potrebbe essere il templare che cerchiamo, tanto più che nel 1314 non segui il gran maestro nell’estrema difesa dell’ordine che Jacques fece a sprezzo della vita, ma preferì tacere”.[23]

Resta il dubbio se non si tratti però di una testimonianza successiva, inserita dal papa nella Vox in excelso solo per aumentare il peso delle informazioni ricevute prima dell’inizio del processo.

(ndr. = Fine prima parte – a presto con il seguito della storia!)


[1] Clément Sclafert, Lettre inédite de Hugues Saint-Victor aux Chevaliers du Temple, in «Revue d’ascétique et de mystique», 34 (1958), pp.275-99, tradotta in italiano da Simonetta Cerrini, L’Apocalisse dei Templari, Mondadori, Milano 2012, pp.119-24.

[2] Il concetto di «povertà» nel Medioevo è un po’ diverso dall’attuale, che si riferisce alla sola indigenza materiale: nella concezione dei Templari, espressa nella loro Regola, “il monaco considerava il povero come un’icona di Cristo e il cavaliere vi vedeva colui che aveva bisogno del suo aiuto contro gli attacchi del nemico. Il «povero» del cavaliere prendeva vari aspetti: la vedova, l’orfano, il pellegrino, la principessa, o ancora l’anima del cavaliere stesso in pericolo” (Simonetta Cerrini, La passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, pp.290-291).

[3] Tommaso Palamidessi, Esperienza misterica del Santo Graal, Archeosofica, Roma 1970, p.10.

[4] Alain Demurger, Les templiers. Une chevalerie chrétienne au Moyen Age, éditions du Seuil, Paris 2005 (trad. It. di Emanuele Lana, I Templari. Un ordine cavalleresco cristiano nel Medioevo, Garzanti, Milano, 2006, 2009). Versione aggiornata con una Postface e un aggiornamento bibliografico: Les templiers. Une chevalerie chrétienne au Moyen Age, Seuil (Points), Paris 2014, p.498.

[5] Non si può non notare che il «regalismo», anticamera dell’«assolutismo», ha praticamente lo stesso nome della dottrina politica che oggi è di moda: il «sovranismo», che enuncia lo stesso principio, «ognuno è padrone a casa sua», privato ovviamente di ogni contenuto sacrale/religioso.

[6] Julien Théry, Une herésie d’etat. Philippe le Bel, le procès des «perfidés templiers» et la pontificalisation del la royauté française, in Marie-Anna Chevlaier (a cura di), La fin de l’ordre du Temple, Paul Geuthner, Paris 2012, pp.63-100, pp.91-93.

[7] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.17.

[8] Bernard Saisset, ardente aristocratico occitano dell’antica nobile famiglia dei visconti di Tolosa, fu il primo vescovo di Pamiers, diocesi nella contea di Foix sui Pirenei, creata appositamente per lui da papa Bonifacio VIII nel 1295. Dichiaratamente antifrancese e sostenitore dell’indipendenza occitana, fu accusato di alto tradimento da Filippo il Bello e fatto arrestare. All’accusa di tradimento furono subito aggiunte quelle di eresia e blasfemia. Il papa ordinò al re di rilasciarlo, e inasprì il suo atteggiamento verso Filippo il Bello (bolla Ausculta fili del 5 dicembre 1301). Così Saisset fu all’origine del secondo violento conflitto tra il re e il papa Bonifacio (1301-03).

Vedi: Vidal. Bernard Saisset, Evêque de Pamiers (1232—1311). In: Revue des Sciences Religieuses, tome 5, fascicule 3, 1925. pp.416-438; tome 6, fascicule 1, 1926. pp. 50-77; tome 6, fascicule3, 1926. pp. 371-393.

[9]Il vescovo Guichard fu incolpato dapprima di complicità e favoreggiamento nella fuga del tesoriere del conte di Champagne; poi essendo caduto in disgrazia agli occhi del re, venne denunciato come avvelenatore di Bianca di Artois, regina di Navarra e contessa di Champagne e di sua figlia Jeanne, sposa di Filippo il Bello e regina di Francia. Accuse completamente false da cui il papa lo assolse nel 1307. Ma Guglielmo di Nogaret tornò alla carica e lo accusò di aver ucciso la regina Jeanne usando la stregoneria, lo fece arrestare e trascinare in prigione al Louvre (non in un carcere ecclesiastico dove avrebbe dovuto stare). A questo punto le accuse si moltiplicarono: satanismo, sputo sulla croce, omicidio, sodomia, eresia, usura. Ritroveremo questo modo di procedere nel processo ai Templari. Guichard rimarrà in prigione fino al 1313, quando il fiorentino Noffo Dei, in punto di morte, prima di essere impiccato per bancarotta fraudolenta, lo scagionò dalle accuse. Venne finalmente liberato e nominato vescovo di Diakovar in Bosnia, dove morì nel 1317.

Vedi: François-Antoine de Boissy d’Anglas, Mémoire sur le procès de Guichard, évêque de Troyes, en 1304 et années suivantes. In Histoire et mémoires de l’Institut royal de France, tome 6, 1822. pp. 603-619;

[10] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.17

[11] E può contare sull’invidiabile assoluta obbedienza dei suoi “sottoposti”, a differenza del re che, nonostante i giuramenti di fedeltà feudale che gli sono dovuti, deve spesso fronteggiare la disubbidienza e l’infedeltà dei baroni. In particolare, Filippo il Bello aveva temuto questo, al momento della sua scomunica da parte di Bonifacio VIII, e per impedirne la promulgazione aveva organizzato la spedizione per imprigionare il papa, culminata nel famoso episodio dello “schiaffo di Anagni”.

[12] Julien Théry-Astruc, Les Écritures ne peuvent mentir. Note liminaire pour l’étude des références aux autorités religieuses dans les textes de Guillaume de Nogaret, dans Bernard Moreau, Julien Théry-Astruc, dir., La royauté capétienne et le Midi au temps de Guillaume de Nogaret. Actes du colloque des 29 et 30 novembre 2013, Éditions de la Fenestrelle, Nîmes 2015, p. 243-248.

[13] Paris, Archives Nationales, JJ 44 f°3, éd. Inv. 894 bis.

[14] P.-A. Forcadet, Pierre Dubois : conseiller de Philippe Le Bel en matière politique et militaire, L’armée, la paix, la guerre, journées de la société d’histoire du droit, éd. J. J. de Los Mozos Touya, Valladolid, 2009, p. 209-228.

[15] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.31.

[16] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.97.

[17] «Rex etiam in diversis partibus regnis sui ordinavit quod aliqui, bene XII numero, intrarent ordinem illum et audacter facerent, quicquid eis diceretur et postea exirent. Qui predicti omnia testificati sunt esse vera. Multi etiam, qui conversati sunt cum eis, testificati sunt hoc». Barbara Frale, Il Papato e il processo ai Templari, Viella, Roma 2003, p.47, n.115, cita Heinrich Finke, Papsttum un Untergang des Templerordens, Aschendorff, Münster 1907, vol.II, p.145.

[18] Ètienne Baluze (a cura di), Vitae Paparum Avenionensium hoc est Historia Pontificum Romanorum qui in Gallia sederunt, 1693, nuova edizione a cura di Guillaume Mollat, Paris 1913-1928, vol.II, pp.89-106.

[19] «…uomo di mala vita ed eretico, e per gli suoi difetti messo in Parigi in perpetuale carcere per lo suo maestro», scrive Giovanni Villani, Nuova Cronica, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, II 8, cap.92.

[20] Heinrich Finke, Papsttum un Untergang des Templerordens, Aschendorff, Münster 1907, vol. II, p.83.

[21] Jules Michelet, Procès de templiers, voll. I-II, Les Editions du CTHS, Paris 1841-1851, ristampa Paris 1987, prefazione di Jean Favier, vol. I, pp.36-37.

[22] Barbara Frale, L’ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra di obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia, Viella, Roma 2001, pp.75-79.

[23] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.133.