L’ENIGMA DELLE VERGINI NERE – di Evelina Lazzarin

(seconda parte)

Le statue delle Vergini Nere, opere di arte sacra, si rifanno tutte a un unico Archetipo, all’unica Vergine Nera che è portatrice di un preciso messaggio, che può essere trasmesso al pellegrino se si accosta a una di queste statue con la disposizione d’animo corretta.

Se noi confrontiamo le diverse statue, possiamo facilmente trovare diversi punti comuni essenziali, oltre, ovviamente, al colore nero. Questi punti in comune non sono certamente né casuali, né arbitrari.

● Quasi tutte le statue, ad eccezione di pochissime che sono rappresentate dritte in piedi, rispondono al tipo della “Vergine in Maestà”. Questo punto è assai importante per comprendere il messaggio che la statua ci vuole trasmettere, esso corrisponde a un’idea ben precisa della Vergine che rifulgeva nel Medioevo ed era ben diversa da quella, per esempio, che poi possiamo riscontrare nel Rinascimento. Questo tipologia, inoltre, si collega, come poi spiegheremo, al fatto che le statue erano delle statue reliquiari, ossia custodia e supporto di reliquie sante.

● Tutte le statue autentiche che rispondono alla tipologia sacra delle Vergini Nere appaiono tra il X e il XIII secolo, in particolare tra il X e XI secolo; se poi ce ne saranno altre, è come quando si parla dei romanzi del Graal, quelli autentici si riferiscono all’XI-XIII secolo. E’ un periodo relativamente breve che corrisponde al passaggio dal buio del “mille e non più mille” alla rinascita successiva.

●  Nella rappresentazione statuaria della maestà della Vergine, l’accento è posto su Nostra Signora: è Lei che sembra avere un’importanza essenziale, mentre il Cristo sulle sue ginocchia appare in secondo piano. A questo fatto non va attribuito un significato di maggior o minore valore, ma ciò ha un senso che poi scopriremo. In seguito, queste statue saranno ricoperte con abiti cerimoniali, da cui solo la testa del Cristo sarà visibile. Inoltre, si può vedere che il Figlio è meno elaborato, tanto nel corpo, quanto nel viso. Anzi, a proposito del viso, assai raramente sarà quello di un bambino,  assolutamente mai quello di un poppante, come apparirà nel Rinascimento, ma è invece un volto che esprime la pienezza del Cristo, sebbene ancora in qualche modo nascosto, velato, non ancora completo ai nostri occhi.

Si stabilisce un percorso triangolare attraverso la statua: dal meditante alla Vergine, dalla Vergine al Cristo e dal Cristo al meditante. Questo fa pensare alla rappresentazione simbolica dell’uomo che corrisponde all’ipotenusa di un triangolo rettangolo i cui cateti simboleggiano uno il Cielo e l’altro la Terra: l’uomo dipende da entrambi e partecipa di uno e dell’altro. Secondo questa idea, la Vergine è rappresentata come il ponte, il canale che consente la comunicazione tra la Terra e il Cielo e tra l’uomo terreste e l’Uomo Celeste.

● Tutte queste statue sono di legno e mai scolpite nella pietra. Ci possono essere diversi legni usati, ma c’è una certa preferenza per la quercia, l’acacia, o anche per il cedro, quale testimonianza di origine orientale. Nella maggior parte dei casi il colore è apposto incollando al legno delle bandellette di tessuto. Per molto tempo questa fasciatura ha impedito di individuare lo spazio nascosto in cui era collocata la reliquia. Per contro, ha pure consentito una certa forma di conservazione della statua e probabilmente pure di rinnovarne il colore.

● I colori utilizzati sono sempre gli stessi: nero per il viso e le mani, rosso, blu e verde per i vestiti e gli accessori. Ci riferiamo qui ai vestiti scolpiti, non a quelli di tessuto di cui la statua sarà tardivamente rivestita, anche se questi talvolta rispetteranno tali colori fondamentali. In certe statue troviamo un blu-verde mescolato nel vestito. Le restaurazioni successive spesso hanno purtroppo stravolto l’originale.

● Le statue hanno tutte pressappoco le stesse dimensioni. Il loro aspetto naturale richiama un’apparenza piramidale. Le dimensioni non sono grandi: circa 70 cm di altezza su una base quadrata di 30×30 cm.

● Trasmettono tutte l’impressione della fecondità, di un potere datore di vita, tema che ritroviamo spesso nelle leggende di rinascita che sono loro collegate. Quest’idea sembra sia veramente proiettata dalla posizione del Cristo che appare seduto sulle ginocchia della Vergine, e non in braccio come nella statuaria religiosa classica. Il potere di donare la vita è certamente una costante attribuita da tutti i culti pagani all’elemento femminile, tuttavia qui non si tratta di una fecondità naturale, carnale, perché qui l’idea è quella della nuova nascita sul piano spirituale, attuabile grazie all’Incarnazione del Verbo che si fa Uomo grazie alla Vergine.

● Le statue più antiche, quelle di cui è certa l’autenticità, mostrano il Cristo Maestro, in quanto le posizioni delle sue mani, delle dita e tutta la sua apparenza, indicano che Egli ci vuole offrire un insegnamento. E’ quindi ovvio che non sia rappresentato con il viso da bambino. Gli attributi di potere, come il globo terrestre, sono delle aggiunte più recenti. Qualche volta lo stesso Cristo originale è stato sostituito con un altro più conforme al gusto del momento, come a Montserrat. Questa sostituzione frutto d’ignoranza è quasi un sacrilegio perché stravolge il senso del messaggio che la statua ci vuole offrire.

Montserrat

● Tutte le statue sono poste in luoghi di culto precedenti al Cristianesimo: sono situate vicino a una pietra, a una sorgente o a un pozzo sacri per tradizione antichissima. Il luogo, che la leggenda indica come prescelto dalla statua stessa, è quasi sempre un luogo elevato, un altare, una collina, che in origine era indipendente dal centro abitato e che si popola grazie al pellegrinaggio verso il luogo stesso. Certamente si possono trovare riferimenti alla successione del culto della Vergine a quello pagano e antichissimo della Terra Madre o della Dea Madre, perché il Cristianesimo è venuto a completare, non a distruggere, come dice Cristo stesso, quella che era la tradizione precedente. Il riferimento alla “vergine che deve partorire” si ritrova nel Druidismo e anche nella tradizione medio-orientale. Tuttavia se è vero che ci sono delle analogie, è altresì vero che ci sono delle fondamentali differenze, come se è vero che nelle religioni misteriosofiche antiche si parlava della resurrezione del dio patrono del culto e di chi vi si assimilava, simile, ma ben diversa, è la Resurrezione non mitica, ma storica e metastorica, del Verbo incarnato.

● Originariamente queste statue nei santuari erano collocate dentro la cripta, anche se spesso, in seguito, saranno spostate.

● Le leggende sulla nascita del suo santuario e i miracoli attribuiti alla Vergine Nera hanno caratteristiche simili. Tutte le leggende che concernono la nascita del santuario si riferiscono, direttamente o indirettamente, all’Oriente. Questo elemento orientale figura quando si dice che fu costruito per volontà di un sovrano arabo, o di un crociato che Ella aveva salvato da un pericolo mortale, o perché la statua stessa sarebbe giunta dall’Oriente, non scolpita da mano d’uomo ecc.

Per quanto concerne le leggende dei miracoli compiuti dalla statua, essi si possono suddividere in tre principali grandi categorie:

a)il miracolo della resurrezione temporanea di un bambino morto prima di aver ricevuto il Battesimo. Il bambino, presentato alla Vergine, ritornerà in vita per il tempo necessario, ma non di più, a permettergli di ricevere l’unzione del battesimo e quindi di essere lavato dal peccato originale. Il battesimo è la fondamentale iniziazione cristiana e senza di esso si è dannati. Questo miracolo, tipicamente attribuito alla Vergine Nera, fa capire che tramite essa è offerta la possibilità di accedere alla prima e fondamentale purificazione e apertura della coscienza.

b) il tema centrale del secondo gruppo di miracoli è quello della liberazione. La leggenda è praticamente sempre quella di un Crociato, o di un gruppo di Crociati, di un viaggiatore o di un pellegrino, imprigionati in una cella. L’oriente in cui nasce la luce appare ancora qui perché la cella è situata spesso in Egitto, terra delle più antiche iniziazioni conosciute per la nostra civiltà. La prigione può essere rappresentata  tanto come un luogo, quanto come una situazione interiore di angoscia da cui non si può essere liberati se non con un intervento “esterno” inaspettato, ma sperato. Sicuramente  questa prigione è l’emblema di quello che è l’uomo immerso nel quotidiano di una vita materiale ed effimera. L’angoscia è il sentimento del suo essere interiore, se appena questo non è del tutto morto, perché è inaccettabile per la vera natura dell’uomo, che è spirituale, immergersi nei limiti di una vita fasulla, che più che altro è sopravvivenza. L’angoscia traduce l’idea di una “mancanza”: l’uomo ordinario può anche avere tutto, casa, lavoro, moglie, amante, figli, denaro, macchina, ma non ha niente, in un attimo nulla di questo resta.

La presenza di un travaglio è comunque indice che la coscienza non è talmente immersa nel mondo sì da esserne annientata e quindi c’è anche la speranza, la speranza di una salvezza, di una completezza ancora non risolta. La liberazione corrisponde alla presa di coscienza di una Realtà diversa, è come un risveglio per cui le cose di prima non sono più, come quando uno dorme, sogna, ha l’incubo, ma si sveglia e se ne accorge, si accorge che non era vero. E’ però necessario un intervento, perché da soli è difficile, se non impossibile, svegliarsi.

Infatti, come se l’immagine del caos e dell’oscurità che è associata alla prigionia non fosse sufficiente, il prigioniero è sovente immerso in un sonno profondo, simile a una temporanea morte. Nella leggende del miracolo della liberazione, la Vergine Nera appare circonfusa da una Luce vivissima percettibile solo al prigioniero. Ricorre immediato il raffronto con molte apparizioni del Graal, in particolare quella a Giuseppe d’Arimatea (in Robert de Boron) prigioniero in una torre, dopo che Cristo è risorto e lui è stato incolpato della sparizione del suo corpo.

L’intervento salvifico, frutto della Speranza, è la grazia divina, la grazia del Padre che nel Supersacramento del Graal scende sull’Iniziato e lo irrora, ma evidentemente a esso si accede grazie all’apertura della Porta stretta che avviene tramite la Vergine Nera. La Vergine ha in sé la Luce, la Luce che è la vita degli uomini e alla quale possiamo accede unicamente se rinasciamo da acqua e da spirito, se, in certo qual modo, rientriamo nel ventre della Madre.

Questo chiedeva Niccodemo al Cristo, tuttavia si tratta di rientrare non nel ventre della madre terra, della  madre natura decaduta, degenerata, – fatto  che comunque avviene quando si muore “naturalmente” – bensì in quello della Madre Celeste, pura e radiosa sin dal principio e sino alla fine. Il prigioniero, o morto che dire si voglia, una volta liberato dall’intervento salvifico, ritrova la Luce e la vita e diviene strumento nel mondo dell’azione della Vergine Nera, tramite la costruzione di un santuario a lei dedicato. Questo è il nucleo della leggenda, che può presentarsi con varie varianti, ma che trasmette sempre l’idea del passaggio dalle tenebre, dalla morte, alla luce e alla vita, passaggio realizzabile per l’intermediazione della Vergine Nera.

c) il terzo gruppo corrisponde alla storia di un navigatore in pericolo nel mezzo di una tempesta: si ritroverà sano e salvo approdando al porto della salvezza, trasportato magicamente da un luogo all’altro, dopo aver invocato l’assistenza della Vergine Nera. La Vergine invocata non deve necessariamente corrispondere a quella di un santuario in riva al mare. Talvolta si trova addirittura sul monte, come a Rocamadour. La tempesta è simbolo analogo a quello della prigionia e dell’angoscia mortale, rappresenta la coscienza in balia dell’oscurità dell’inconscio personale e collettivo, in preda alla schiavitù delle passioni e dell’emotività: non si soccombe alla tempesta del caos solo se ci si butta nel grembo della Vergine per ritrovare lì la nostra origine, il punto inizio, il vero Archetipo trasmutatore assimilandoci al quale, unicamente, è possibile superare la malattia, la morte, la corruzione che è insita nell’umanità decaduta.

Accanto a questi tre gruppi principali, si trovano miracoli di natura simile, ma più specifica, propri di uno o l’altro santuario. In questi racconti si può ravvisare la fusione di tradizioni locali con l’insegnamento collegato alla Vergine Nera. Questi miracoli concernono per esempio la parola restituita a un muto, l’udito riacquisito a un sordo, la vista resa al cieco, la mobilità restituita al paralitico ecc. Sono miracoli che corrispondono al ritrovamento di un senso perduto, la restituzione all’umanità di una sua integrità e realtà persi. Evocano le parole del Vangelo di Marco 8,18,  dove si parla di occhi che non possono vedere e orecchie che non possono intendere.

● Nella storia del santuario compare sempre la presenza di Benedettini, Circestensi, Ospitalieri o Templari e, in pratica, essi sono collocati lungo le strade dei grandi pellegrinaggi. Il ruolo degli ordini monastici fu assai importante per la rinascita dopo il Mille e la loro presenza non sorprende. In particolare, ricordiamo come San Bernardo, il fondatore della regola dei Templari, sia particolarmente devoto alla Vergine alla quale riserva attenzione speciale, tanto che Dante, nella Divina Commedia, lo pone quale intermediario tra lui e la Vergine, grazie alle cui preghiere finalmente potrà avere la visione di Dio.

Ricordiamo poi come il Gran Maestro dell’Ordine del Tempio e il Siniscalco, Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, domandarono solo di morire con il volto rivolto alla Vergine.  La presenza dei Templari è indice di una particolare cavalleria tipica del monaco-guerriero che combatte la “guerra santa”, che è un vero e proprio metodo ascetico con il quale è possibile giungere alle più alte vette spirituali, alla rivelazione cui ci introduce la Vergine Nera. Questo tema è ancora e similmente tipico dei romanzi del Graal.

La maggior parte delle Vergini romaniche del X-XIII secolo sono delle Vergini assise  del tipo detto in maestà. In quest’epoca la Vergine era guardata, tanto dallo spirito popolare, come da quello monastico, soprattutto come la Madre di Dio (dogma del Concilio di Efeso – 431 – in  cui furono anche fissati i parametri iconografici per la rappresentazione della Vergine) e soprattutto come il Trono della Saggezza”, espressione sovente usata da San Bernardo nelle sue opere mariane. E’ Lei che porta sulle sue ginocchia il Re del Mondo, la sorgente e l’origine di tutte le cose e dunque Ella è il Trono vivente della Saggezza e porta sulle sue ginocchia la Saggezza stessa.

Le rappresentazioni della Vergine in maestà procedono tutte da uno stesso tipo in cui si palesa la duplice funzione di Nostra Signora, quella di portare sulle sue ginocchia il Dio incarnato che darà alla luce nel mondo e  quella di presentarLo nella sua gloria al contemplante.
La Vergine accoglie lo Spirito santo e suo tramite concepisce il Verbo nel mondo: Madre del Vivente, Ella diviene ugualmente Madre dei viventi.
Le Vergini Nere, soprattutto se guardiamo a quelle originali, corrispondono in tutti i punti al canone della rappresentazione mariana risultante dal Concilio di Efeso, con una sola eccezione evidente che le fa divergere da esso, il  loro colore, cioè  il colore nero.
I legni usati possono essere diversi e, come già detto, compare spesso la quercia o il cedro, ma anche l’acacia. Secondo alcune testimonianze storiche, la statua originale di Notre-Dame du Puy era fatta di legno di acacia, il legno con il quale, secondo la tradizione, era fatta l’arca dell’alleanza e pure la Croce. E’ un legno simbolico e il suo nome ebraico SHITTA è numericamente equivalente al Nome di Dio SHADDAI = Onnipotente e al Nome dell’Angelo METATRON, cioè 314 che è anche il numero segreto dei Costruttori che ritroviamo scolpito nel portale della Cattedrale di Strasburgo. Ma tutto questo ci porterebbe troppo lontano.

Purtroppo molte delle statue originali sono sparite e sono state sostituite con altre che, se rispettano la forma e l’apparenza in generale, non sono identiche in molti importanti particolari, come per esempio il materiale di cui erano fatte.
Il legno è comunque universalmente simbolo della materia e alchemicamente della materia prima, che, plasmata dall’artefice, riceve diverse forme e, animata, diviene viva.
La Vergine assisa in maestà, che tiene sulle ginocchia il Cristo, corrisponde a un tipo che ritroviamo pure su numerosi timpani d’importanti cattedrali, come a Notre Dame di Parigi, a Reims, a Marsilia ecc.. La Vergine in maestà trasmette l’idea di “forza”, di “potenza”, aspetto che possiamo cogliere sia nella posizione regale, faraonica, dritta della Vergine, sia nello sguardo (suo e del Figlio) fermo, penetrante, che è rivolto a un imprecisato punto innanzi a sé, quasi a un’altra dimensione.  Questo tipo di Vergine riflette una volontà ben precisa che si  traduce in questa forma particolare e che corrisponde alla volontà di una trasmissione di tipo spirituale di una forza trasmutatrice, cui è connesso un insegnamento, una precisa conoscenza.

Il colore nero del viso della Vergine è rapportabile al senso superiore del simbolo dello stato originale non-manifesto: la testa, il capo, rappresentano la sommità e il principio che, in questo caso, essendo nero, è non manifesto. E’ il “nulla” della Genesi, che non è da intendersi come un niente privativo, ma come uno stato potenziale dell’Essere ancora non manifesto, in certo modo il grembo che contiene tutte le infinite e  possibili manifestazioni dell’Essere. Questo “nulla” è  potenzialmente “tutto” al momento in cui l’Essere si  manifesta, e diviene la matrice di ogni possibile manifestazione. Il volto nero è dunque simbolo di totalità, di pienezza, di quella realizzazione che è lo scopo della ricerca.
Il nero è collegabile all’idea di invisibilità, cioè di ciò che non ha forma e non può dunque essere visto con i sensi ordinari, di uno stato informale, assoluto, spirituale, di un velo che nasconde la centralità del vero Essere, il luogo in cui si risolvono i contrari, non suscettibile a essere afferrato da raziocinanti elucubrazioni. L’antico impero cinese era chiamato l’Impero del Centro e il suo popolo era detto  il “popolo nero”, come del resto gli Egiziani e i Caldei  in numerosi testi sono chiamati “teste nere”.
Per giungere agli stati superiori informali dell’Essere, e dunque a scorgere quello che è oltre il velo, per scorgere la Verità nascosta che al momento in cui appare rifulge di una Luce superiore a qualsiasi immaginazione, il ricercatore deve prima affrontare e vincere le tenebre inferiori, appunto gli stati formali della sua coscienza, superare qualsiasi pregiudizio e forma preconcetta e precostituita, riuscire a giungere all’azzeramento di se stesso, ad affrontare l’esperienza della morte cosciente, da vivo.

Questo si rappresenta nelle diverse tradizioni come la discesa agli Inferi, la discesa nel più profondo di se stessi, nelle tenebre più nere e fitte dell’inconscio denso di tranelli, ostacoli e resistenze, proprio perché non è conscio, è la parte sconosciuta e oscura dell’Essere. Solo la perfetta, onesta e radicale conoscenza di se stessi consente un dominio, fa essere re di se stessi, di tutti gli elementi, emozioni, pensieri, passioni, istinti, che, se non sono dominati, ci dominano. Per fare ciò occorre un ardire cavalleresco, una guerra santa perché è un combattimento in vista del raggiungimento di un Ideale elevatissimo, non ha uno scopo personale. E quando si è giunti alla dignità regale, non è sufficiente, perché è lì che si vede se uno ha la stoffa: prima non era niente e nessuno, era uno schiavo, schiavo del mondo ordinario, schiavo delle circostanze; ora invece ha una dignità regale, può sentirsi qualcuno, e deve quindi sacrificare questo “qualcuno”, ma non tutti ci riescono, non è da tutti. Tuttavia, se non si fa quest’ulteriore passo, si è tagliati fuori, si perde tutto.
Infatti, finché c’è “qualcuno”, per quanto questo qualcuno sia perfetto, un Angelo, che meglio non si potrebbe, finché c’è un altro, è certo che non c’è Dio.

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