L’ENIGMA DELLE VERGINI NERE – di Evelina Lazzarin

(Prima Parte)

Ci sono molte Madonne nere in Francia come in Europa occidentale che, oggetto di venerazione e di pellegrinaggi, non hanno mai mancato di incuriosire per il loro colore e per il mistero che circonda le loro origini. Può apparire strano che la Regina degli Angeli, l’Immacolata, la Madre del Sole di Giustizia possa essere stata rappresentata con un viso nero, con le mani nere, reggente sulle ginocchia il Figlio, pure dello stesso colore. Certamente il volto nero appare contrario ai canoni classici di rappresentazione della Vergine, senza considerare che con questa rappresentazione la Regina della Luce trova la sua collocazione originaria nel luogo più oscuro del Tempio: la cripta.

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IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

Terza Parte

IL LUPO SOTTO LA VESTE DELL’AGNELLO

Leggiamo alcuni passi del decreto di arresto:
«Filippo, per grazia di Dio re di Francia […] Una cosa amara, una cosa deplorevole, una cosa sicuramente orribile da pensarsi, terribile da sentire, un crimine detestabile, un misfatto esecrabile, un atto abominevole, un’infamia oltraggiosa, una cosa del tutto disumana, ancora di più, estranea ad ogni forma di umanità, è pervenuta alle nostre orecchie, grazie ai rapporti di parecchie persone degne di fede, non senza colpirci di un grande stupore e farci fremere di un violento orrore […]

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GLI OCCHI DELLA CONOSCENZA – di Filippo Costanti

Da sempre l’uomo ha cercato di comprendere ciò che lo circonda, di esplorare dalle più lontane regioni cosmiche alle più nascoste zone di questo pianeta, dall’astro più grande che vedeva in cielo al più piccolo atomo sulla terra. Da sempre lo spirito scientifico dell’uomo ha sete di conoscenza e ha cercato gli strumenti più adeguati a osservare l’oggetto della sua indagine.

Ha costruito infatti microscopi per vedere cellule, batteri e virus, ha costruito telescopi dai più piccoli utilizzati da Galileo, ai giganteschi telescopi spaziali di oggi. Ed abbiamo fatto enormi passi scientifici e tecnologici. Ogni indagine scientifica ha il suo strumento che permette di rilevare, osservare e analizzare la realtà. Così per osservare una cellula abbiamo un microscopio, per vedere i corpi celesti i telescopi, per rilevare le attività cerebrali le EEG. Ma osservare un pensiero, un sentimento o ad esempio il mondo spirituale, testimoniato dai più grandi mistici e asceti della storia? Negarne l’esistenza non rende giustizia all’indagine scientifica né all’esperienza di tutti i giorni.

La sete di conoscenza ci spinge a ricercare e scoprire le leggi della fisica, dell’astronomia, della chimica. Ma troppo spesso abbiamo un vuoto incolmabile sulla nostra vera natura. Chi siamo? Qual è lo scopo della nostra vita? Sono tutti interrogativi che rimangono aperti fino a quando non ci affacciamo all’immenso universo della nostra interiorità.

E cosa dire poi dei diversi studiosi e sperimentatori che si sono dedicati all’indagine extrasensoriale, dalla medianità alla telepatia, dalle facoltà della mente alla separazione dell’anima dal corpo (sdoppiamento). Tutte testimonianze che fanno riflettere ma che lasciano sempre un interrogativo: saranno vere? Saranno solo illusioni? Tante sono le domande che necessitano di risposte e credere o meno alle parole altrui sembra non fare alcuna differenza. L’unico modo di avere delle certezze è la sperimentazione, che fa vivere e conoscere in prima persona. Per sperimentare dobbiamo però trovare strumenti di indagine adeguati che permettano di percepire e osservare questo mondo sino ad ora sconosciuto.

Quotidianamente siamo immersi in un mare di stimoli che provengono dal mondo esterno, e i nostri organi di senso sono sempre pronti a percepire questi stimoli, trasformarli in segnale elettrico che poi viene elaborato dal cervello, permettendoci in questo modo di avere coscienza del mondo che ci circonda. Tramite i cinque sensi siamo in grado di mantenere dei rapporti con il mondo in cui viviamo e nel quale ci muoviamo. Non solo, ci permettono anche di interagire e comunicare con altre persone. I sensi sono delle finestre che ci permettono di esplorare e conoscere. Ma noi non siamo soltanto un insieme organico di cellule, tessuti e organi coordinati da una eccellente macchina quale è il cervello, noi siamo prima di tutto un’anima. Così come il corpo ha dei mezzi per conoscere e relazionarsi al mondo che ci circonda, anche la nostra anima ha dei sensi che ci permettono di relazionare e conoscere chi siamo.

Essi vengono chiamati nelle tradizioni in modo diverso. In oriente sono conosciuti come chakras, in occidente come ruote ignee o anche centri di forza. Ed in entrambe le tradizioni finché non vengono azionati, messi in funzione grazie a delle tecniche specifiche, possono rimanere sconosciuti all’uomo e alla donna, latenti, impedendo la conoscenza di sé e di questo mondo. Queste tecniche utilizzano le facoltà della mente, come l’attenzione, la concentrazione e poi la meditazione e le invocazioni di parole sacre, chiamate in oriente mantra e qui da noi logodinami, per aprire le finestre dell’anima. Ecco che tutti sperimentando in noi stessi grazie con slancio d’amore nella ricerca, possiamo conoscere l’immensità del mondo interiore, e spirituale, utilizzando i nostri strumenti e le facoltà della nostra coscienza.

Le tecniche a cui ho accennato sono fondamentali e sono trattate approfonditamente nei Quaderni di Archeosofia: in particolare per potenziare l’attenzione, che si fa concentrazione e poi anche meditazione trovate le istruzioni nel Quaderno 9. Per imparare la respirazione ritmica energo-vitale, base di un’attenzione perfetta insieme all’astrazione e ritiro dei sensi, il Quaderno 13. Una trattazione completa e pratica sui centri di forza è Tecniche di risveglio iniziatico.

Facendo pratica con serietà, pazienza, perseveranza e sincero atteggiamento scientifico, possiamo conoscere e utilizzare in prima persona le facoltà della nostra mente, vedere come siamo fatti oltre il corpo fisico, viaggiare sulla terra nello stato di sdoppiamento e non solo. Possiamo utilizzare i nostri centri di forza e alla stregua dei grandi mistici del passato intraprendere un cammino interiore che ci farà scoprire tutto o quasi di noi stessi e del destino che ci attende; un viaggio nella propria interiorità per avere le risposte ad ogni domanda.


IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

(Seconda Parte)

LA MACCHINA DEL FANGO

Comunque siano andate le cose a questo riguardo, è certo che il “clima” intorno al Tempio si era fatto tempestoso, tanto che, nell’estate del 1306, in risposta alla convocazione del pontefice che lo vuole alla sua presenza, insieme al maestro dell’Ospedale Folques de Villaret, per discutere di nuovo dell’unificazione degli ordini e della futura crociata, Jacque de Molay scrive al papa, chiedendo che apra un’inchiesta sullo stato del Tempio e ponga fine alle mormorazioni. Clemente V gli richiede di portargli la regola templare perché la possa leggere; dopo la morte del papa nel 1314, due copie della regola furono trovate sul suo comodino.

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TEMPLARI: ritualità e tradizioni – di Ettore Vellutini

A quali riti venivano sottoposti coloro che decidevano di unirsi all’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo? Che significato e valore avevano questi riti tradizionali per coloro che avevano deciso di votare la propria vita ad un ideale spirituale che li avrebbe portati a combattere ai confini del mondo in difesa della propria fede?

In tutte le tradizioni religiose ed in tutte le organizzazioni a carattere o con finalità spirituali, possiamo trovare fondamentalmente quattro tipi di riti: i riti di nascita, i riti iniziatici e di passaggio, i riti matrimoniali e i riti funerari.

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ORIGINE E SIGNIFICATO DELLA POESIA – di Evelina Lazzarin

Quando parliamo dell’origine e del significato della poesia, vogliamo riferirci a quel che si intende per poesia nell’ambito di una visione archetipica. Non si guarda alla poesia semplicemente come al sorgere di composizioni letterarie, ma al suo valore essenziale.

Il termine poesia deriva  latino poësis, dal greco poiésis, da poiênin=fare, inventare e, secondo il significato etimologico, implicò il concetto di creazione originale, contrapponendosi ad arte (dalla radice ariana AR con il senso di muoversi verso, aderire, adattare),   intesa come abilità acquisita con lo studio e con la pratica.

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IL PROCESSO AI TEMPLARI – di Alessandro Mazzucchelli

 Dalla fama all’infamia – Da Gerusalemme ai roghi       

I Templari furono distrutti. Il loro ultimo Gran Maestro fu sacrificato sul rogo, molti suoi confratelli subirono lo stesso supplizio, moltissimi furono torturati e incarcerati in condizioni durissime. Anche se alla fine l’Ordine non fu condannato ma soppresso per decisione del pontefice, e i singoli cavalieri del Tempio, quelli sopravvissuti a sette anni di calvario, furono nella grandissima maggioranza riconosciuti innocenti, l’obbiettivo di questa complessa macchinazione era stato raggiunto: i Templari furono distrutti.

Quali armi furono usate per ottenere lo scopo voluto? Chi lo perseguì a tutti i costi? Il risultato fu raggiunto, come vedremo, nonostante i molti ostacoli giuridici e la completa mistificazione della verità, grazie all’uso pianificato e “intelligente” di due mezzi subdoli: la calunnia e la diffamazione.

LA CAVALLERIA DI CRISTO

L’Ordine dei “Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone” – questo è il nome ufficiale dei Templari che si legge nella loro regola –, il primo Ordine religioso e militare della cristianità latina, nel 1307, al tempo dell’arresto in Francia, aveva quasi 180 anni di vita.

Solo qualche breve accenno permetterà di ricordarne i tratti essenziali della nascita, della vocazione e della storia.
I Templari erano cavalieri laici. Erano monaci (non preti, anche se vi erano preti all’interno dell’Ordine che svolgevano le funzioni di quelli che oggi chiameremmo “cappellani militari”), perché al momento del loro ingresso nella “Casa” pronunciavano i tre voti monastici previsti da San Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale: povertà, castità e obbedienza. Ed erano, come abbiamo detto, cavalieri; dovevano esserlo di famiglia ed essere già stati nominati e investiti come tali, prima di entrare nel Tempio. Appartenevano quindi, per sangue, a una delle tre classi in cui era rigidamente divisa la società medievale, quella nobile dei bellatores, i combattenti, i guerrieri; e per vocazione, una vocazione religiosa e comunitaria, ad un’altra, quella degli oratores, i più vicini a Dio, coloro che pregano per sé e per i tutti i membri delle altre due classi. In un certo modo questa doppia natura dell’Ordine, un’assoluta novità, tentava di risolvere, e lo fece in pratica, l’arcaica antinomia fra guerriero e sacerdote che sembra esistere fin dalle origini della civiltà indoeuropea.
Bernardo di Chiaravalle, già cavaliere e ora abate, che fu l’ispiratore della Regola del Tempio e “l’organizzatore” del concilio di Troyes del 1129, che sancì ufficialmente l’ordine come organismo della Chiesa, nel Libro ai cavalieri del Tempio in lode della nuova cavalleria (Liber ad milites templi de laude novae militiae), dette le basi teologiche alla figura, assolutamente inusitata, del monaco-cavaliere, ponendo la santità come unico fine della sua vita e delle sue azioni.

Ma i Templari, al loro esordio, furono ancora più rivoluzionari.
È giunta fino a noi, conservata insieme ad uno dei manoscritti della Regola, quello della Bibliothèque Municipale de Nimes, la lettera che magister Hugo peccator (molto probabilmente Hugues de Payns, il fondatore dei Templari e loro primo maestro), indirizzò ai suoi confratelli, rimasti a Gerusalemme mentre egli si trovava in Europa.[1]

In questo scritto viene ricordata la metafora del corpo umano per illustrare la tripartizione sociale: la testa corrisponde ai chierici, cioè i religiosi, le braccia raffigurano i combattenti, mentre le gambe e i piedi sono i laboratores, i lavoratori. I commentatori contemporanei, in primis San Bernardo, ci dicono che i Templari sono sia religiosi che guerrieri, ma Hugo va oltre: la posizione dei Templari è quella dei piedi, «i piedi toccano la terra ma portano la responsabilità di tutto il corpo», scrive. I Templari sono innanzitutto dei lavoratori come lo fu il Cristo, scrive sempre Hugo. Essere cavalieri è il loro lavoro. Essere monaci è la loro vocazione. Come non ricordare l’Ora et labora della regola benedettina?

Il primo maestro del Tempio chiede ai suoi confratelli di spogliarsi del prestigio sociale della cavalleria e di abbracciare la parte più umile della società. La scelta laica dei Templari e la scelta di essere “poveri” fra i laici è il completamento della novità rivoluzionaria dell’ordine dei “poveri compagni di battaglia di Cristo e del Tempio di Salomone”. In questo i Templari precorrono e in certo modo preparano la strada a chi con “Madonna Povertà” si volle sposare: Francesco d’Assisi.[2]

Come ho scritto sopra, non c’è qui lo spazio per ricordare per esteso la storia del Tempio: la grande attrazione che suscitò, le vocazioni e donazioni in gran numero; le gesta eroiche dei suoi cavalieri in battaglia, spesso coronate dal martirio; l’incontro fecondo con le diverse antiche cristianità d’Oriente, greca, armena e siriaca, fonte di ispirazione spirituale, devozionale, liturgica e anche architettonica (a loro si deve l’importazione dall’Oriente delle prime forme del gotico);

l’incontro/scontro con l’Islam, un’altra grande religione monoteista, che condusse i Templari alla comprensione dell’esistenza di una unica Tradizione arcaica che fu simboleggiata dal Santo Graal[3], – la sacra coppa in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue e l’acqua che sgorgavano dal costato squarciato di Gesù Cristo – di cui Wolfram Von Eschenbach, nel suo Parsifal, all’inizio del XIII secolo, designa i cavalieri del Tempio come custodi; la loro riconosciuta capacità di distinguere le reliquie vere dalle false; la probità e l’onestà che li rese affidabili, in quanto integerrimi, anche nelle operazioni economiche e “bancarie”, tanto da essere incaricati della custodia di numerosi “tesori” delle corone europee, non ultima quella di Francia. Tutto questo, seppure dopo quasi due secoli, e un certo grado di quella che gli studiosi definiscono “secolarizzazione”, era ancora vivo nel Tempio agli inizi del XIV secolo, e le deposizioni dei Templari durante il processo ne daranno ampia testimonianza.

LE RAGIONI DELLA FOLLIA

E allora perché si volle distruggere i Templari?

Sui motivi, mi limiterò a ricordare che gli studi più recenti pongono in secondo piano quella che per molti contemporanei ai fatti, ad esempio Dante Alighieri, fu la causa principale, ossia la cupidigia del re di Francia, Filippo IV il Bello. È senz’altro vero che la situazione finanziaria del regno di Francia era in una profonda crisi: solo pochi mesi prima, nel gennaio 1307, il re si era dovuto rifugiare al Tempio di Parigi, per sfuggire alla sommossa popolare che aveva preso d’assalto il palazzo reale per protestare contro «l’argento nero», cioè la diminuzione del valore reale della moneta. Quindi il re avrebbe potuto beneficiare della confisca dei numerosi beni del Tempio, mobili e immobili, come aveva già fatto con altri gruppi: gli ebrei nel 1306 e i banchieri e mercanti italiani detti “Lombardi”; o, ancora prima, pretendendo di tassare il clero, che era per definizione esente, anzi semmai riscuoteva le decime per la Chiesa.

Ricercando dunque, oltre alla cupidigia materiale, altre intenzioni e motivazioni dei distruttori dei Templari, dobbiamo ricordare i retroscena di quel periodo: la perdita di Acri, l’ultima capitale della Terrasanta crociata, nel 1291, dopo un durissimo assedio nel quale morì combattendo anche il 21° gran maestro del Tempio, Guillaume de Beaujeu, imponeva di ripensare e riorganizzare su nuove basi e con uno slancio potente almeno quanto quello iniziale, l’auspicata riconquista di Gerusalemme.

Non bastavano tentativi come l’avventura di Ruad, isolotto davanti alla costa siriana, tenuto dai Templari fino all’ultimo, nella vana attesa dell’arrivo degli alleati mongoli. Il «recupero della Terrasanta» divenne un tema ripetuto di molti libri, scritti e proposte, con riunioni e concili nei quali spesso si prospettava l’unificazione degli ordini militari (Templari e Ospitalieri prima di tutto) in un solo e unico ordine riformato (aveva anche già un nome, ordine dello Spirito Santo), a capo del quale però Filippo il Bello aspirava a mettere sé stesso o un altro membro della dinastia reale capetingia, erede di San Luigi IX, suo nonno.

Il rifiuto di Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro, di unire il Tempio con l’Ospedale, dovette intralciare moltissimo il progetto della corona. D’altra parte il maestro dei Templari aveva scritto al papa che, fra i vari motivi che sconsigliavano l’unificazione, vi era proprio quello che, se si fosse seguito il desiderio del re di Francia, il nuovo ordine avrebbe assunto delle caratteristiche di ordine religioso e militare sì, ma in pratica asservito agli interessi di una singola nazione, con il rischio che fosse usato per altri scopi; non quelli del recupero della Terrasanta, ma, per esempio, la conquista dell’Armenia cristiana, che era nelle mire della Francia, oppure Costantinopoli, per restaurarvi di nuovo un imperatore latino al posto dell’imperatore bizantino che l’aveva riconquistata ai Franchi nel 1261; fra l’altro il fratello del re, Carlo di Valois, grazie al suo matrimonio con Caterina de Courtenay, poteva vantare diritti ereditari sul trono dell’Impero d’Oriente.

Anche per questi motivi, come scrive Alain Demurger, l’esistenza stessa di un ordine religioso militare internazionale, diffuso e radicato in molti Paesi, ma privo di un suo territorio sovrano – anche a Cipro, nuovo quartier generale del Tempio dopo la caduta di Acri, l’ordine era “ospite” della corona dell’isola – costituiva un «corpo estraneo» mal digerito dai nascenti Stati nazionali e in particolare appunto dal più potente fra essi, la Francia, dove il Tempio era stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa nel 1129 e dove era più organizzato e diffuso capillarmente.[4]  

Se il re di Francia aveva osato inviare ad Anagni i suoi scherani, guidati da Guillaume de Nogaret, ad imprigionare e fare violenza perfino al papa Bonifacio VIII, allo scopo di impedire la pubblicazione della sua scomunica; e anche con l’intenzione di mostrare tutta la forza e l’ira della corona di Francia al pontefice che aveva osato scrivere nella bolla Unam Sanctam che il papa, in quanto vicario di Cristo era il superiore di tutti i sovrani della Terra; se Filippo, ancora adesso, a distanza di anni, minacciava di far riesumare il cadavere di quel papa, per farlo bruciare come simoniaco, mago nero ed eretico, è facile capire quale livello di furore fanatico avesse raggiunto la corona di Francia, dove, grazie all’attività di fedeli giuristi della corte, come Pietro Dubois e Guglielmo di Nogaret, era stata appena formulata la dottrina del «regalismo»[5], basata sul principio del Rex superiorem non recognoscit, et imperator est rex in territorio suo. Secondo questo principio infatti si negavano i diritti di alcune entità fino ad allora riconosciute come universali e quindi superiori agli stessi sovrani, cioè l’imperatore e il papa.

“[…] Julien Théry vede nel sovrano che processa il Tempio la volontà di affermazione di un nuovo ruolo per la monarchia capetingia: la volontà di «pontificalizzazione» del re, ovvero, direi, di sostituzione, entro i confini del proprio regno, della funzione del papa. Il re di Francia, unto da Dio e stirpe di un re santo, è vicario di Gesù Cristo e «ministro di Dio»[6] e, in quanto tale, ha il dovere di perseguire l’eresia, delitto contro la fede e crimine di lesa maestà.”[7] Filippo ha accusato di eresia nel 1301 il vescovo di Pamiers Bernard Saisset[8], pochi anni dopo incolpa il vescovo Guichard di Troyes, innocente, di satanismo, sputo sulla croce, omicidio, sodomia, eresia, usura.[9], rinnova le sue accuse contro Papa Bonifacio VIII, da vivo e da morto, e infine osa l’inosabile: accusa di eresia un intero ordine religioso.

Filippo il Bello dunque “vuole l’annientamento fisico e culturale di un’intera comunità religiosa. Secondo il monarca e i suoi consiglieri, in particolare i suoi cavalieri Guillaume de Nogaret e Guillaume de Plaisians, i cavalieri del Tempio non devono più esistere, vanno cancellati dalla faccia della terra, sterminati, corpo e anima. Ciò che accadde ai templari nell’arco di sette anni, dal 1307 al 1314, potrebbe essere definito dal termine «genocidio», che secondo l’ONU indica «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso»”.[10]

I Templari sono indipendenti, esenti dalla giurisdizione civile ed ecclesiastica, dipendono solo dal papa. I Templari sono religiosi ma laici, ed il loro capo, liberamente eletto dai suoi confratelli, agisce come un sovrano[11]. I Templari sono una cavalleria sacra, pronta alla riconquista della Gerusalemme terrena per far scendere sulla Terra la Gerusalemme Celeste e schierarsi come milizia del Cristo glorioso. I Templari hanno fama di santità e l’hanno ripetutamente testimoniata col sangue. I Templari fanno ombra al re. I Templari dunque devono essere distrutti.

Ma come?

DALLA FAMA ALL’INFAMIA

La prima cosa da fare è rovesciare la buona fama con l’infamia. Fu organizzato un “team” di esperti che potesse pianificare l’attacco. La squadra comprendeva in primo luogo Guillaume de Nogaret, giurista – peraltro ancora scomunicato per lo “schiaffo di Anagni” con la bolla di papa Benedetto XI Flagitiosum scelus, che lo qualifica come uno dei «figli della perdizione, primogeniti di Satana e figli del male»[12]-, nominato guardasigilli, ossia cancelliere del regno, venti giorni prima dell’arresto dei Templari;[13] Guillaume de Plaisans, giurista, membro del Consiglio Reale, uno dei principali estensori della dottrina del «regalismo»; Enguerrand de Marigny, «guardiano del tesoro», cioè ministro delle finanze del regno, e braccio destro del re. Accanto a questi protagonisti principali agiscono altri personaggi: fra questi, ad esempio, Amisse d’Orleans, detto “Le Retif”, notaio reale, sempre presente alle udienze dei vari processi e Pierre Dubois, avvocato reale, considerato estremista del «regalismo» perfino a corte, autore di vari libelli sull’argomento; gli è attribuito per esempio il Quaedam proposita papae a rege super facto Templariorum, una bozza di epistola che si suppone essere indirizzata a papa Clemente V da Filippo il Bello. Questo fu seguito da altri opuscoli con lo stesso tono, in uno dei quali propose che dovesse essere fondato un regno per il Delfino, basato sulle proprietà dei Templari in Oriente.[14]

Ma l’asso nella manica era l’Inquisitore di Francia, Guillame Humbert o Ymbert, conosciuto come Guillaume de Paris, domenicano, che si trovava dal 1305, per scelta del re, nella posizione privilegiata di suo confessore personale. Era colui che poteva in ogni caso assolverlo in base al principio del “male necessario per il bene della fede e dello Stato”, e, soprattutto, era il grimaldello per forzare la porta del Tempio.

FUORIUSCITI, RINNEGATI, SPIE E TRADITORI

“La strategia ai danni dei Templari era stata preparata segretamente dagli avvocati della Corona francese con un lavoro addirittura annoso, pianificata e portata avanti con costanza, compiendo un passo alla volta”.[15]

“In un momento imprecisato, che tuttavia deve porsi necessariamente diversi anni prima dell’innesco del processo, dodici spie furono fatte entrare segretamente all’interno del Tempio. Erano uomini al soldo della cerchia reale, che si comportarono in tutto come gli altri confratelli, salvo che nella fedeltà all’istituzione: provvidero infatti a osservare, annotare e riferire ogni tipo di comportamento che in qualche modo potesse essere ricondotto a un reato contro la fede”[16]: «Il re comandò che in diverse regioni del suo regno dodici persone entrassero nell’ordine e, fatto tutto quello che dicevano loro di fare, ne uscissero. I predetti testimoniano che tutte queste cose [accuse] sono vere. Molti infatti che ne hanno parlato con loro lo hanno testimoniato».[17]

Conosciamo anche i nomi di alcuni di questi personaggi. Il più famoso è Esquieu de Floyran che secondo Amaury Augier, autore di una Vita di Clemente V, [18] sarebbe finito in prigione[19] e avrebbe condiviso la cella con un Templare rinnegato: le informazioni che costui gli avrebbe passato circa i crimini e le eresie dell’ordine, gli sarebbero valse la fine della prigionia e l’ingresso nell’entourage del re. Esquieu era il priore dell’abbazia di Montfaucon; nel 1305 si recò a Lérida da re Giacomo II d’Aragona per vendergli le informazioni sui delitti del Tempio. Il re non gli credette, ma gli promise una ricompensa, se fosse stato in grado di provare quanto affermava. Esquieu infatti, gli scriverà il 28 gennaio 1308 per richiedere il denaro promesso, ora che le colpe dei Templari erano dimostrate dalle confessioni.[20] Ma, subito dopo l’incontro infruttuoso con il re di Aragona, si era rivolto a Filippo il Bello, che quindi già nel 1305 aprì un dossier sui Templari affidandolo a Guillaume de Nogaret. In cambio della delazione Esquieu ricevette i beni del Tempio di Montricoux, il titolo di nobiluomo e di valletto del re. Ma, dopo la morte di Filippo, la sua fortuna diminuì e, nel 1322, fu spogliato del titolo e dei beni.

Altri tre nomi li conosciamo da un biglietto che Ponsard de Gizy, commendatore templare di Payns (il luogo di origine del primo maestro del Tempio, Hugues), indirizza alla commissione d’inchiesta pontificia il 27 novembre 1309[21]: oltre a Esquieu de Floyran, Ponsard denuncia i traditori (trytour) Guillaume Robert, monaco di Saint-Martin de Bergerac, uno dei torturatori dei Templari; Bernard Pelet, priore del Mas d’Agen, consigliere del re d’Inghilterra Edoardo II; e il cavaliere Gérard de Boysol, precettore di Andrivaux nel Périgord, che dichiara di aver rivelato per primo i segreti del Tempio e quindi di essere stato minacciato.

Non conosciamo i nomi delle altre otto spie ma sappiamo che qualche notizia del dossier cominciò a diffondersi, o fu fatta trapelare ad arte, cosicché inizio a crearsi, a partire dal 1305, un clima di sotterfugi, maldicenze, pettegolezzi e chiacchiere sull’ordine del Tempio. Pare che lo stesso Filippo, in occasione dell’insediamento di papa Clemente V, il 14 novembre 1305 a Lione, avesse insinuato all’orecchio del pontefice le prime accuse contro i Templari.

La cerimonia, fra l’altro, fu funestata da un incidente gravissimo che fu interpretato dal popolo come un cattivo presagio. Il tesoro di Benedetto XI, predecessore di Clemente, era rimasto a Perugia, ma il papa poté servirsi del prezioso triregno di Bonifacio VIII. Mentre il corteo passava per le vie della città, il crollo di un muro investì e causò la morte di dodici illustri personaggi, tra i quali il duca di Bretagna, Giovanni II, che teneva le briglie della mula del papa. Anche il papa venne sbalzato a terra dalla sua cavalcatura. Nell’incidente venne smarrito l’enorme prezioso rubino che adornava la tiara.

Torniamo alle prime accuse. Scrive Clemente V nella bolla di soppressione del Tempio Vox in excelso del 22 marzo 1312, dopo aver narrato delle informazioni ricevute dal re:
“Tuttavia l’infamia contro i templari stessi e il loro ordine a proposito dei crimini sopra esposti cresceva sempre più, anche perché un cavaliere dell’alta nobiltà dello stesso ordine, la cui opinione non era ritenuta di poco conto nel detto ordine, alla nostra presenza, in segreto dopo aver giurato, testimoniò che lui stesso durante la cerimonia del suo ingresso nell’ordine, accogliendo il suggerimento di chi lo riceveva, alla presenza di vari altri cavalieri della cavalleria del Tempio negò Cristo e sputò sulla croce che gli era stata mostrata da chi lo riceveva”. Il testo prosegue con il racconto del testimone che accusa direttamente il gran maestro del Tempio Jacques de Molay, dichiarando di averlo visto con i propri occhi ricevere un nuovo cavaliere nell’ordine con queste modalità, in un capitolo tenutosi a Cipro di fronte a più di duecento confratelli cavalieri.

È importante, perché qui vediamo apparire per la prima volta quella che sarà l’accusa più importante rivolta ai Templari. Ma chi era questo misterioso e anonimo altolocato Templare che denunciò la blasfemia del Tempio al papa? Era davvero esistito? Gli studiosi hanno approfondito molte possibili soluzioni a questo quesito. Barbara Frale fa l’ipotesi che si trattasse di Hugues de Pairaud, il visitatore di Francia, in pratica il secondo in comando dell’ordine del Tempio.[22] Simonetta Cerrini, di cui condivido il parere, lo esclude e con una puntuale ricerca sui quattro dignitari del Tempio, la cui sorte, oltre a quella del gran maestro, il pontefice riservò al suo unico e personale giudizio (Hugues de Pairaud, visitatore di Francia, Germania e Inghilterra; Geoffroy de Charny, maestro di Normandia; Raimbaud de Caromb, gran commendatore d’Oltremare; e Geoffroy de Gonneville, maestro di Aquitania e Poitou) indica negli ultimi due e in particolare in Geoffroy de Gonneville il principale indiziato: “Geoffroy de Gonneville, nobile di alto lignaggio, che aveva facilmente accesso al papa in quanto maestro del Tempio in Aquitania e Poitou [il papa risiedeva con la curia a Poitiers], potrebbe essere il templare che cerchiamo, tanto più che nel 1314 non segui il gran maestro nell’estrema difesa dell’ordine che Jacques fece a sprezzo della vita, ma preferì tacere”.[23]

Resta il dubbio se non si tratti però di una testimonianza successiva, inserita dal papa nella Vox in excelso solo per aumentare il peso delle informazioni ricevute prima dell’inizio del processo.

(ndr. = Fine prima parte – a presto con il seguito della storia!)


[1] Clément Sclafert, Lettre inédite de Hugues Saint-Victor aux Chevaliers du Temple, in «Revue d’ascétique et de mystique», 34 (1958), pp.275-99, tradotta in italiano da Simonetta Cerrini, L’Apocalisse dei Templari, Mondadori, Milano 2012, pp.119-24.

[2] Il concetto di «povertà» nel Medioevo è un po’ diverso dall’attuale, che si riferisce alla sola indigenza materiale: nella concezione dei Templari, espressa nella loro Regola, “il monaco considerava il povero come un’icona di Cristo e il cavaliere vi vedeva colui che aveva bisogno del suo aiuto contro gli attacchi del nemico. Il «povero» del cavaliere prendeva vari aspetti: la vedova, l’orfano, il pellegrino, la principessa, o ancora l’anima del cavaliere stesso in pericolo” (Simonetta Cerrini, La passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, pp.290-291).

[3] Tommaso Palamidessi, Esperienza misterica del Santo Graal, Archeosofica, Roma 1970, p.10.

[4] Alain Demurger, Les templiers. Une chevalerie chrétienne au Moyen Age, éditions du Seuil, Paris 2005 (trad. It. di Emanuele Lana, I Templari. Un ordine cavalleresco cristiano nel Medioevo, Garzanti, Milano, 2006, 2009). Versione aggiornata con una Postface e un aggiornamento bibliografico: Les templiers. Une chevalerie chrétienne au Moyen Age, Seuil (Points), Paris 2014, p.498.

[5] Non si può non notare che il «regalismo», anticamera dell’«assolutismo», ha praticamente lo stesso nome della dottrina politica che oggi è di moda: il «sovranismo», che enuncia lo stesso principio, «ognuno è padrone a casa sua», privato ovviamente di ogni contenuto sacrale/religioso.

[6] Julien Théry, Une herésie d’etat. Philippe le Bel, le procès des «perfidés templiers» et la pontificalisation del la royauté française, in Marie-Anna Chevlaier (a cura di), La fin de l’ordre du Temple, Paul Geuthner, Paris 2012, pp.63-100, pp.91-93.

[7] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.17.

[8] Bernard Saisset, ardente aristocratico occitano dell’antica nobile famiglia dei visconti di Tolosa, fu il primo vescovo di Pamiers, diocesi nella contea di Foix sui Pirenei, creata appositamente per lui da papa Bonifacio VIII nel 1295. Dichiaratamente antifrancese e sostenitore dell’indipendenza occitana, fu accusato di alto tradimento da Filippo il Bello e fatto arrestare. All’accusa di tradimento furono subito aggiunte quelle di eresia e blasfemia. Il papa ordinò al re di rilasciarlo, e inasprì il suo atteggiamento verso Filippo il Bello (bolla Ausculta fili del 5 dicembre 1301). Così Saisset fu all’origine del secondo violento conflitto tra il re e il papa Bonifacio (1301-03).

Vedi: Vidal. Bernard Saisset, Evêque de Pamiers (1232—1311). In: Revue des Sciences Religieuses, tome 5, fascicule 3, 1925. pp.416-438; tome 6, fascicule 1, 1926. pp. 50-77; tome 6, fascicule3, 1926. pp. 371-393.

[9]Il vescovo Guichard fu incolpato dapprima di complicità e favoreggiamento nella fuga del tesoriere del conte di Champagne; poi essendo caduto in disgrazia agli occhi del re, venne denunciato come avvelenatore di Bianca di Artois, regina di Navarra e contessa di Champagne e di sua figlia Jeanne, sposa di Filippo il Bello e regina di Francia. Accuse completamente false da cui il papa lo assolse nel 1307. Ma Guglielmo di Nogaret tornò alla carica e lo accusò di aver ucciso la regina Jeanne usando la stregoneria, lo fece arrestare e trascinare in prigione al Louvre (non in un carcere ecclesiastico dove avrebbe dovuto stare). A questo punto le accuse si moltiplicarono: satanismo, sputo sulla croce, omicidio, sodomia, eresia, usura. Ritroveremo questo modo di procedere nel processo ai Templari. Guichard rimarrà in prigione fino al 1313, quando il fiorentino Noffo Dei, in punto di morte, prima di essere impiccato per bancarotta fraudolenta, lo scagionò dalle accuse. Venne finalmente liberato e nominato vescovo di Diakovar in Bosnia, dove morì nel 1317.

Vedi: François-Antoine de Boissy d’Anglas, Mémoire sur le procès de Guichard, évêque de Troyes, en 1304 et années suivantes. In Histoire et mémoires de l’Institut royal de France, tome 6, 1822. pp. 603-619;

[10] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.17

[11] E può contare sull’invidiabile assoluta obbedienza dei suoi “sottoposti”, a differenza del re che, nonostante i giuramenti di fedeltà feudale che gli sono dovuti, deve spesso fronteggiare la disubbidienza e l’infedeltà dei baroni. In particolare, Filippo il Bello aveva temuto questo, al momento della sua scomunica da parte di Bonifacio VIII, e per impedirne la promulgazione aveva organizzato la spedizione per imprigionare il papa, culminata nel famoso episodio dello “schiaffo di Anagni”.

[12] Julien Théry-Astruc, Les Écritures ne peuvent mentir. Note liminaire pour l’étude des références aux autorités religieuses dans les textes de Guillaume de Nogaret, dans Bernard Moreau, Julien Théry-Astruc, dir., La royauté capétienne et le Midi au temps de Guillaume de Nogaret. Actes du colloque des 29 et 30 novembre 2013, Éditions de la Fenestrelle, Nîmes 2015, p. 243-248.

[13] Paris, Archives Nationales, JJ 44 f°3, éd. Inv. 894 bis.

[14] P.-A. Forcadet, Pierre Dubois : conseiller de Philippe Le Bel en matière politique et militaire, L’armée, la paix, la guerre, journées de la société d’histoire du droit, éd. J. J. de Los Mozos Touya, Valladolid, 2009, p. 209-228.

[15] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.31.

[16] Barbara Frale, Crimine di Stato. La diffamazione dei Templari, Giunti, Firenze 2014, p.97.

[17] «Rex etiam in diversis partibus regnis sui ordinavit quod aliqui, bene XII numero, intrarent ordinem illum et audacter facerent, quicquid eis diceretur et postea exirent. Qui predicti omnia testificati sunt esse vera. Multi etiam, qui conversati sunt cum eis, testificati sunt hoc». Barbara Frale, Il Papato e il processo ai Templari, Viella, Roma 2003, p.47, n.115, cita Heinrich Finke, Papsttum un Untergang des Templerordens, Aschendorff, Münster 1907, vol.II, p.145.

[18] Ètienne Baluze (a cura di), Vitae Paparum Avenionensium hoc est Historia Pontificum Romanorum qui in Gallia sederunt, 1693, nuova edizione a cura di Guillaume Mollat, Paris 1913-1928, vol.II, pp.89-106.

[19] «…uomo di mala vita ed eretico, e per gli suoi difetti messo in Parigi in perpetuale carcere per lo suo maestro», scrive Giovanni Villani, Nuova Cronica, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, II 8, cap.92.

[20] Heinrich Finke, Papsttum un Untergang des Templerordens, Aschendorff, Münster 1907, vol. II, p.83.

[21] Jules Michelet, Procès de templiers, voll. I-II, Les Editions du CTHS, Paris 1841-1851, ristampa Paris 1987, prefazione di Jean Favier, vol. I, pp.36-37.

[22] Barbara Frale, L’ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra di obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia, Viella, Roma 2001, pp.75-79.

[23] Simonetta Cerrini, La Passione dei Templari, Mondadori, Milano 2016, p.133.