L’ENIGMA DELLE VERGINI NERE – di Evelina Lazzarin

(Prima Parte)

Ci sono molte Madonne nere in Francia come in Europa occidentale che, oggetto di venerazione e di pellegrinaggi, non hanno mai mancato di incuriosire per il loro colore e per il mistero che circonda le loro origini. Può apparire strano che la Regina degli Angeli, l’Immacolata, la Madre del Sole di Giustizia possa essere stata rappresentata con un viso nero, con le mani nere, reggente sulle ginocchia il Figlio, pure dello stesso colore. Certamente il volto nero appare contrario ai canoni classici di rappresentazione della Vergine, senza considerare che con questa rappresentazione la Regina della Luce trova la sua collocazione originaria nel luogo più oscuro del Tempio: la cripta.

Alcune statue delle Vergini Nere si trovano in umili cappelle di campagna, altre in santuari o cattedrali. Alcune sono assai antiche, altre più recenti e tra esse le copie che hanno sostituito (non sempre fedelmente) gli originali andati perduti o distrutti. Alcune sono ritenute miracolose, altre sono venerate per tradizione; alcune sono state trovate in circostanze eccezionali, altre esistono “da sempre”, o almeno così si dice. In ogni luogo in cui sia stata trovata una Madonna Nera, aleggiano antiche leggende che richiamano il passato anche precristiano: dal culto delle dee madri, alla presenza di una fonte e di un albero sacri o di un’acqua guaritrice. Nel sentito e assai popolare culto della Vergine Nera sembra esistere un legame profondo e sottile tra il Cristianesimo e le religioni che l’hanno preceduto nell’idea archetipica e trionfante della Madre Divina.

Il messaggio spirituale affidato all’umanità è unico in tutti i tempi e in tutti luoghi, benché nascosto sotto forme apparentemente molteplici e superficialmente contraddittorie.
Questo messaggio ha la sua reale matrice nella Vergine Madre, il cui culto risale dalla più antica Preistoria sino ai giorni nostri: “dalla creazione del mondo all’Avvento del Cristo, il culto per una Donna archetipica c’è sempre stato, e lo conferma la storia delle religioni” (Tommaso Palamidessi, L’Iniziazione per la Donna e l’adeptato femminile, pag.11).

La Madre divina è colei che gli uomini di tutte le epoche e di tutte le religioni hanno sempre sentito come la dispensatrice della vita, della speranza, della conoscenza e dell’amore universale degli esseri e delle cose, la grande riconciliatrice, che opera per la redenzione dell’umanità verso un’unità ritrovata nel Figlio da Lei generato.
La Vergine è l’eterna partoriente di un mondo creato per essere l’Immagine di Dio: la Creazione è creata per manifestare Dio e l’umanità evolve per divenire “simile” a Dio. Questo è possibile per il potere generatore e ri-generatore della Vergine Infinita.

Una Madonna di colore nero significa necessariamente qualcosa di ben preciso, perché non corrisponde per nulla ai canoni classici di rappresentazione della Vergine, e nemmeno a com’è concepita nell’immaginario popolare, in cui appare piuttosto bionda e di carnagione chiara, come pure attesta Bernardette circa l’apparizione di Lourdes descritta come una Dama bianca e bionda.
Ma già sant’Epifanio nel IV secolo affermava che Maria aveva “capelli biondi e l’iride del colore dell’oliva matura”.

È vero che nei ritratti della Vergine attribuiti a san Luca essa appare contraddistinta da una tinta indubbiamente nera, tuttavia molte di queste rappresentazioni non sono così antiche come sembrerebbe e in ogni caso già sant’Agostino (de Trinitate, VIII, 6-7) affermava che i pretesi ritratti della Vergine erano troppo diversi l’uno dall’altro per  essere ritenuti autentici e aggiungeva “del resto ignoriamo quale viso avesse la Vergine”.
Il colore nero, dunque, non ha per nulla la valenza di un dato storico-realistico, nel senso che la Vergine Maria dovesse avere la tinta bruna tipica dei semiti.
Da qui una serie d’ipotesi in parte condivisibili, ma talune davvero assurde, per giustificare un così sentito e diffuso culto, che esplose in modo particolare principalmente nel centro della Francia, tra l’XI e il XIII secolo, sotto forma di tipiche statue romaniche di un tipo della Vergine detta “in maestà”, tutte rigorosamente di colore nero.

La domanda è: perché vi fu questa rappresentazione così particolare? Perché il colore nero, normalmente sinonimo di tenebra e, dunque, del male appare sul viso della Vergine consacrata alla purezza e al Bene?

Tra le varie ipotesi che vorrebbero dare spiegazione dell’inusitato colore nero, ne citiamo alcune: i prototipi delle madonne nere europee sarebbero stati eseguiti da artisti orientali che avrebbero riprodotto nelle immagini la loro realtà etnica (allora bisognerebbe affermare che siano state portate in Occidente dai crociati, ma molte Madonne nere erano venerate assi prima dell’epoca delle crociate); nemmeno tutte le statue possono essere rappresentazioni di antiche dee madri orientali confuse dai cristiani con Madonne con il Bambino e assimilate al proprio culto, perché la quasi totalità delle statue sono chiaramente cristiane, anche da un punto di vista di datazione archeologica; dire che le statue furono scolpite in un legno nero per caso è assurdo; ugualmente infantile è supporre che si siano in seguito annerite per effetto di un agente esterno (per esempio il fumo dei ceri posti dai devoti loro innanzi), oppure per un incendio; infine gli scultori medioevali si sarebbero rifatti ai modelli delle icone bizantine, fra cui c’è un tipo della Vergine Maria classificato come “bruna”: essa però è appunto bruna, non propriamente nera e semmai, allora, perché questi iconografi l’avrebbero a loro volta dipinta scura? Il quesito resta.

Se poi si redigesse un elenco di statue iscritte a questa categoria, si resterebbe stupiti dal loro numero.
Un rilievo approssimativo datato 1550 ne enumera 190 in Francia.
Studi più recenti, hanno appurato essercene 119, perché le altre 71 sono scomparse o all’interno di collezioni private, o purtroppo distrutte durante il periodo della Rivoluzione. Queste statue fiorirono e si espansero in Occidente, principalmente nel centro della Francia, tra l’XI e il XIII secolo (questo è il periodo che ci interessa maggiormente).
Molte di queste Vergini Nere sono situate sul Cammino di San Giacomo di Compostela, o nelle sue vicinanze, o in direzione di luoghi meta di pellegrinaggio sin dalla più remota antichità.

Ancora oggi molti santuari, come quello di Rocamadour, godono dell’affluenza di molti turisti,  perché la forza attrattiva di certi luoghi resta, ma il turista ne usufruisce ben poco se non ha un preciso livello di preparazione e di consapevolezza: per usufruirne si deve essere pellegrini, non turisti.
Per capire cosa rappresentano queste statue, intanto bisogna sottolineare che esse appaiono appunto nel Medioevo, tra l’XI e il XIII secolo e sono un’espressione di  “arte sacra”.
L’arte sacra non s’interessa della bellezza e dell’estetica in se stesse o, in ogni caso, come comunemente s’intende. Il fine dell’arte sacra è l’opera perfetta, l’opera in armonia completa con la sua ragione di essere, cioè un’opera di “maestria”, in cui la forma sia espressione dell’archetipo che vuole rappresentare. 
L’arte profana è espressione di una ricerca estetica volta a rappresentare la “bellezza” secondo le concezioni dell’epoca in cui si situa. Vi è poi l’arte religiosa, che come dice il nome, si occupa di un dominio esclusivo, che è quello di soggetti religiosi; è sottoposta anch’essa a canoni estetici variabili secondo l’epoca di cui rappresenta il modo di pensare. Anche questa forma artistica è, dunque puramente umana.

L’arte sacra è, invece, di un’altra natura, la sua finalità, per quello che possiamo definirla, è di essere supporto alla meditazione e alla contemplazione di un’“idea divina”, riflette il mondo intelligibile, non ha fini estetici, ma la bellezza che trasmette oltrepassa qualsiasi canone, perché è una qualità intrinseca che si riferisce a una bellezza soprasensibile.
L’arte sacra è un modo, un’espressione della Rivelazione e la sua funzione è di rappresentare – rendere presente – la Realtà celeste, ossia gli Archetipi eterni di tutte le cose, e pure di comunicare all’anima del contemplante la virtù trasformatrice, alchemica, santificante della Luce increata, quella stessa che gli apostoli contemplarono nella Trasfigurazione. L’arte sacra non è dunque in alcun modo l’espressione della psicologia individuale  dell’artista e delle sue fantasie.

In questo senso, l’arte sacra del Medioevo non era creazione soggetta alla moda o al costume dell’epoca, bensì espressione del contatto intimo, ispirato del “maestro d’arte” con un Modello sacro preciso e definito, che si traduceva nell’opera d’arte in una forma simbolica, la quale aveva il compito di comunicare alle coscienze, che sintonizzassero con essa, la Conoscenza utile al loro cammino spirituale al fine di conformarsi a quello stesso Modello di perfezione.

Infatti, il Modello si ripete attraverso diverse forme che possono essere varie in mille dettagli o ornamenti, ma questo non scalfiva lo spirito e l’essenza intima dell’opera stessa che si doveva realizzare: tutte le cattedrali gotiche si strutturano secondo precisi canoni non semplicemente architettonici; tutti i romanzi del Graal parlano della cerca del Graal; tutte le icone orientali vanno dipinte in un certo qual modo che non è quello del dipingere profano e nei loro soggetti hanno precisi nomi, che le caratterizzano, secondo determinate categorie di riferimento a quel dato Modello;  tutte le Vergini Nere hanno particolari caratteristiche che si ripetono, come poi vedremo, e questo perché l’importante era custodire, rappresentare e comunicare una precisa idea concernente il cammino di elevazione e di perfezione spirituale del cercatore di verità, che si accostasse a queste opere artistiche con una certa consapevolezza.

L’artista che eseguiva queste opere non pensava a se stesso come al creatore dell’opera, ma come all’esecutore, come a un canale tramite il quale passava e si esprimevano un valore e un senso che la semplice parola, di per sé sola, non può esprimere. La pressione dell’artista era tutta nel diventare trasparente a questa potenza che avrebbe attraversato il suo essere. Lo scopo dell’artista di arte sacra era esattamente quello di stabilire tramite la propria opera questa possibilità di contatto, e non solo per se stesso, ma come una possibile trasmissione per tutti quelli che, dopo di lui, ricercassero la medesima situazione.

In questa prospettiva, la statua della Vergine Nera  è precisamente un “sistema simbolico” completo e perfettamente articolato. La natura del simbolo sacro è tale che esso non può essere completamente spiegato al livello di una normale coscienza di veglia, perché esso rivela qualcosa d’indicibile che sfugge a una coscienza ordinaria.

Grazie all’intermediazione della Vergine Nera noi troveremo una Verità di questa natura, una verità che si può esprimere attraverso lo studio solo in modo frammentario, ma che può apparire eclatante e luminosa tramite l’opportuna meditazione: sembrerà allora che un carbone incandescente tocchi le nostre labbra, come accadde ai profeti.

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